Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

venerdì 15 gennaio 2021

la natura della pioggia

    


    Osservare l’acqua che cade, in un giorno di monsone, fa riflettere sulla sua natura e sulla propria.

    La pioggia è mutevole, cambia spesso calibro e sostanza e sembra obbedire ad un impulso casuale.

    Talvolta è compatta, disciplinata nel muoversi all'unisono, solida, granitica, risponde a comandi perentori, ineludibili.

    Altre volte è tenue, lieve come una carezza, un sottile velo di trama finissima nel quale potresti avvolgerti, ti accompagna e ti sostiene ma con leggerezza. .

    A momenti, come per uno sfizio, è svogliata, incostante, capricciosa, capisci che ha qualcosa dentro che la intorpidisce, che la turba. Perde fermezza e in sé trova solo sentimenti volubili.

    Infine, c’è la pazzia e la pioggia perde il lume della ragione; è mossa da personalità contrastanti, si piega, schizza via, ti tradisce con cambi di direzione, ti schiaffeggia adirata, non riesci a prevedere cosa farà. Nella propria sostanza ha individualità che la tirano di qua e di là, senza criterio.

    Questi lunghi giorni di acqua che scende dal cielo mi fanno apprezzare l’ instabile forma che assume la portatrice di vita. Insegna ad incidere nel mondo con diverse modalità, mostrando facce nuove ad ogni nuovo stimolo, ma restando sempre fermi nello scopo ultimo.


    Sembra non finire mai, ma il suo ciclo è un inno all’entropia.

mercoledì 6 gennaio 2021

Il Mahakam: le terre del grande fiume

 

   Un sogno lontano nel tempo, quando fantasticavo di esplorare l’interno del Borneo Indonesiano, il Kalimantan, percorrendo le sue via d’acqua più conosciute, il Kapuas e il Mahakam. Finalmente, dopo la zona del Kapuas Ulu a Occidente, mi decido a partire per la parte orientale, con l’idea di risalire il
Mahakam
fin dove le barche pubbliche arrivano, prima delle grandi rapide.

   Il nastro caffellatte si snoda nella pianura che ha creato nei millenni, si avvolge su se stesso, ricco di anse e giravolte che sembrano tracciate da un artista. Si vedono le cicatrici delle miniere, dei disboscamenti selvaggi e sistematici, che si trasformano in distese verde azzurre di monotone palme disposte in file ordinate a ricoprire migliaia di ettari attorno alle sinuosità dell’acqua. Il Fiume, in maiuscolo perché qui vicino al mare è immenso. Nei pressi di Samarinda si scorgono le file di chiatte che portano il carbone: uno scempio legalizzato.

   Siamo nella grande regione che dal delta arriva fino oltre i laghi, il favoloso Kutai. Il nome deriva da antiche iscrizioni risalenti al IV secolo DC, e narra di uno dei più antichi e potenti regni indù, Kutai Martapura, poi conquistato dai malesi nel XVI secolo e passato sotto i sultani musulmani un secolo dopo col nome Kutai Kartanegara.

    Martin, la mia guida, in realtà si chiama Markin, per gli amici Ikin, viso scuro, aperto e sorridente; mi fa cenni di saluto dalla sua barca, ampia, resa comoda da grandi cuscini e tettoia. Una breve traversata fino a Muara Muntai e mi innamoro del Fiume: la vita su zattere, le gabbie galleggianti col pesce, le cicogne che montano la guardia, la gente che sorride e saluta.

   

  Muara Muntai è un piccolo insediamento di gente Kutai, pescatori e commercianti, con funzione di emporio per una vasta area attorno alle rive del Mahakam e del suo affluente. Bimbi e studenti si muovono in bicicletta, tutti gli altri in motorino, sfrecciando pericolosi sulle strette passerelle di legno ferro che formano le poche strade dell’abitato. Il loro passaggio non è mai silenzioso e talvolta il frastuono è tale da impedire la conversazione.


   L’indomani inizio l’esplorazione della vasta area umida che si trova all’interno di una depressione geologica, estesa per circa 4.000 chilometri quadrati. Rappresenta un’importante “cassa di colmata” delle piene del Fiume che, durante la stagione umida in primavera, può crescere di oltre sei metri.

 Oltre ai tre laghi principali, Danau Jempang, Danau Melintang e Danau Semayang, comprende decine di laghetti secondari, torbiere, paludi d'acqua dolce e la rete degli affluenti. È una delle zone umide più grandi del Kalimantan e fondamentale area di riproduzione e pascolo di centinaia di specie di pesci, uccelli e mammiferi.

   La piccola via d’acqua che porta al lago Jempang si snoda tra campi con bassi cespugli e isolati alti alberi, fino alla piatta prateria che circonda il lago. Ovunque garze, aironi bianchi e cinerini, guarda-buoi, martin pescatori a becco di cicogna.


   Tutto cambia non appena lasciamo lo specchio d’acqua bassa del lago ed entriamo nel piccolo sungai Ohong (Ohookng in dialetto Benuaq). Come separato da un sipario invisibile, si apre un mondo nuovo: una foresta di ditterocarpi, uccelli dalle ali iridescenti sfrecciano sull’acqua, un grosso varano nuota via disturbato, una coppia di grosse aquile appollaiate in alto, sui rami spogli di un albero. Martin blocca di colpo la barca sotto alcuni rami sporgenti e mi indica eccitato un giovane pitone, acciambellato in piena siesta a pochi metri da noi. Poi un piccolo gruppo di scimmie Nasiche (Nasalis larvatus), che un po’ rappresentano la meta “animale” di queste giornate. Il maschio si offre impettito alla macchina fotografica, sguardo vigile, pelliccia folta e fulva, naso importante. Sbuffa, mostra i genitali e se ne va stizzito. Nel pieno di questo orgasmo naturalistico un grosso albero caduto di recente blocca completamente il fiumiciattolo e ci obbliga a tornare indietro per raggiungere il villaggio di Tanjung Isuy attraverso il lago.

   Entriamo così nel territorio Dayak, parola forse derivata da Dayeuq che in dialetto Benuaq significa “a monte” o “dell’interno”; altri fanno discendere il termine dal dialetto Iban per “umano”. I Benuaq sono il gruppo Dayak più numeroso di questa regione e hanno abbandonato da tempo il nomadismo per vivere nel benua, in senso lato il "territorio". I gruppi che vivono attorno al fiume Ohong si riferiscono a sé come Benuaq Ohookng.

    La longhouse locale, chiamata qui lou o rumah lamin, trasformata in parte in locanda, è una buona base per esplorare i dintorni alla ricerca delle longhouse ancora esistenti ed abitate. Delle quattro che raggiungo in moto, guidata da Sur, un taciturno Benuaq, solo una, a Lempunah, è abitata, le altre sono o vuote o mezze diroccate. Quasi tutte, però, hanno le statue lignee che orgogliosamente le comunità dayak hanno scolpito per onorare i loro capi, colti in vari momenti topici della loro vita. Ci sono cacciatori con lancia e cane al seguito, oratori con tanto di microfono, donne che reggono un gallo, volti con lineamenti fantastici e grandi occhi sbarrati, scimmie e serpenti sul capo e poi bimbi che succhiano mammelle cadenti, coccodrilli, diademi, cinghiali zannuti. Una cacofonia di forme tratte dal legno e consegnate al ricordo delle generazioni a venire, la storia scritta a tutto tondo.



   Il viaggio in barca riprende, di nuovo sul lago e poi su per il Boroh, tributario del Fiume. Anche qui la foresta è magnifica e lussureggiante, enormi tronchi sommersi, radici aeree che si inabissano con un folto pennacchio scuro. Per lunghi tratti il fiume è come racchiuso in un tunnel verde, popolato di pescatori, aironi, martin pescatori blu elettrico e tante Nasiche.

   A poco a poco la foresta cede spazio alla presenza umana: capanni galleggianti con bilance da pesca, nasse riposte in file ordinate, tronchi segati di fresco, baracche con canoe legate davanti. Infine si sbuca sul corso principale del Mahakam, a Muara Pahu. Martin da gas e in velocità superiamo tratti di foresta e stazioni di carico del carbone, con le gru simili a enormi brontosauri col lungo collo proteso sulla chiatta, a vomitare carbone in un flusso nero quasi liquido.

   Melak, il nostro approdo, è in sostanza il porto fluviale di Sendawar, la capitale del Kutai Occidentale. Una cittadina nata sulle miniere di carbone e cresciuta grazie ai commerci fluviali. Mostra , con le sgradevoli statue di cemento al centro dei larghi incroci stradali, il peggio dell’abbellimento kitsch di una municipalità arricchita, simbolo di un popolo rapito da una cultura aliena, dal profitto ad ogni costo, che sottrae, oltre a terra e foreste, anche identità e dignità.

   Qui nel Kutai Occidentale, si percepiscono i Dayak come marginali, sommersi e contenuti dai musulmani che occupano ogni strato sociale. Anche il cibo è quello onnipresente proprio dell’Indonesia musulmana.

   Decido di non fermarmi e proseguire in moto verso Nord, passando per due rumah lamin dei Dayak Benuaq lungo la strada (Bunung e Eheng). Sono entrambe isolate e tristi, poco abitate e mal tenute, e mi sembrano il simbolo di popolo ormai stanco delle proprie radici. 

    In una due ragazzi, intenti a perdersi nel loro telefonino, rispondono apatici e svogliati alle mie domande e, alla fine, mi fanno entrare. Nell’altra, segnata da alcune belle statue, chiedo il permesso ad un anziano, pak Sius, intento ad assemblare una corta spada tribale, un mandau. Mi siedo con lui e il discorso cade sulla morte recente della moglie. Con gli occhi lucidi mi racconta del funerale, del bufalo sacrificato e della sua solitudine. Non gli rimane che realizzare oggetti per i turisti, mandau, portachiavi con zanne di cinghiale. Le longhouse hanno entrambe belle statue che decorano la facciata: assieme agli edifici ora cadenti, sono la narrazione visibile di un passato lontano, di un presente che porta solo i segni del tempo, scheggiato e diroccato.



   Con una corsa in moto paurosamente veloce, tra ripide colline e piantagioni di palma da olio, arrivo fino a Tering, il porto fluviale da cui salperò ancora più a monte.

   L'indomani è domenica e, nelle terre dei cristiani Dayak, salgo sulla prima barca e mi faccio portare a Laham, dove dicono ci sia una chiesa “antica”. Sperimento così il moderno viaggiare sul Fiume, con questi barchini a panche contrapposte, chiamati speed, spinti da fuoribordo potentissimi, che planano sull’acqua portando dieci passeggeri e bagagli in un lampo, fino su alle grandi rapide. Sono come autobus, si fermano ovunque li chiami e ti sbarcano ovunque ci sia una qualche forma di approdo.

   Mi presento davanti alla chiesa tra gli sguardi attoniti degli abitanti. Un edificio in legno come tanti ma con un bel portone e due colonne lignee a sostenere la veranda, il tutto intagliato con figure di missionari e gesucristi attorniati dai ghirigori e maschere tribali, affinché la nuova religione venga accettata dalla vecchia. La chiesa del Sacro Cuore di Gesù fu fondata da tre missionari olandesi, approdati a Laham nel 1926.

   Il parroco, un pingue giovanotto di Larantuka, all’estremo orientale di Flores, si presenta fumando e con grossa croce al collo. Dopo un caffè, portato dalla perpetua, e varie banalità su vocazioni in calo, giovani che non vanno a messa, notizie dal Vaticano, mi affida all’obesità foruncolosa di un fedele che mi accompagna in moto a fare un giro del villaggio, fino alla rumah lamin.

   Questa possiede ancora belle colonne intagliate e inglobate in una struttura ora adibita a magazzino di nuovi cassonetti per l'immondizia. Almeno qui, piccola comunità persa lungo l’acqua sporca e inquinata del Fiume, si inizia una raccolta di spazzatura casa per casa, con tanto di “Ape” dedicato.

   Ecomunque un passo avanti rispetto alla pratica comune, lungo il Mahakam, di gettare tutto per terra o nel fiume. Tra l’altro, tutti si lavano nelle sue acque, dove anche defecano e attingono per gli usi idrici di case, locande e negozi.


   La rumah lamin successiva, chiamata pomposamente Lamin Adat Dikut Amin Hyuq Puhuq Kayan e recentemente ricostruita, rappresenta la conferma istituzionale della svolta “pubblica” dei Dayak MakUl (Mahakam Ulu, la parte “a monte” del Fiume), che testimonia e certifica il cambio d’uso delle longhouse nel solco della tradizione, si direbbe ora.

   Salgo sulla prima speed che passa e arrivo in due ore a Long Bagun. In questo lungo tratto il fiume cambia, si restringe, si infila tra basse colline che talvolta si trasformano in stretti canyon dalle pareti verticali di pietra grigia. Siamo nella regione a monte, Ulu, in contrapposizione ad Ilir, a valle.

   Long Bagun è una comunità a molte facce, come altre che ho incontrato lungo il Fiume, nella quale convivono Bugis, Melayu, Kutai e naturalmente Dayak, che qui sono Bahau. Decido di fermarmi qualche giorno, giusto il tempo per respirare l’aria di frontiera e visitare alcune delle rumah lamin ancora esistenti.Sulla stradina principale si trova anche la prima longhouse, vecchia e disabitata, trasformata in edificio pubblico e cerimoniale, con i primi veri disegni simbolici tribali che ne adornano la facciata: coccodrilli fantastici e volti demoniaci, immersi negli artistici ghirigori Dayak, risaltano bianchi sul legno scuro.

   Una breve camminata verso sud mi porta a varcare un arco un po’ cadente che porta al quartiere Bahau: casette povere ma ben tenute attorno alla rumah lamin Dayon Urun. Anche questa vecchia e mal tenuta, abitata da poche famiglie che hanno costruito annessi e dependance al corpo principale.

   Il giro in moto attorno a Long Bagun conferma quanto visto finora: i Dayak (oltre ai Kayan e i Bahau, anche i Kenyah del villaggio vicino di Ujoh Bilang) hanno abbandonato la residenza comune nella longhouse e si sono trasferiti in casette monofamiliari. Il grande edificio, così ricco di significati per la comunità, di miti, depositario di regole ancestrali è stato riconvertito in spazio per cerimonie tradizionali e assemblee pubbliche. Talvolta, se arrivano sufficienti fondi governativi, la rumah lamin viene ristrutturata o ricostruita, riportando a nuovo splendore statue e colonne finemente intagliate, intricati ed inquietanti disegni ornamentali e lucidi pavimenti in legno-ferro.

   E mi sembra che proprio qui, nel recupero ossessivo delle colonne portanti, con i loro intagli geometrici, antropomorfi e fortemente evocativi, con i loro spiriti intrisi nel legno, risieda la conservazione del forte legame con gli antenati, con la foresta, con la terra. L’edificio può cambiare, rinnovarsi, non essere abitato da viventi, ma conserva il suo essere luogo sacro, atavico, necessario alla comunità Dayak per richiamare l’insegnamento dei progenitori in occasione di funerali, matrimoni, nascite, riti sciamanici. E perché no, guardare al presente e vivere la rumah lamin come luogo dove far politica, parlare dei problemi della comunità, discutere delle prossime elezioni.

   Tornato verso sud, verso ilir, l’incontro con alcuni biologi che si occupano di preservare i delfini d’acqua dolce mi fa decidere per un’altra giornata passata sul Fiume, con la ferma intenzione di incontrarli. E ritrovo in Martin il complice perfetto per queste ultime ore dedicate al Mahakam ed ai suoi figli più segreti e timidi.

   E una lunga mattinata in barca, prima attraverso gli ampi specchi d’acqua dei laghi Melintang e Semayang: acque basse, alcuni pescatori che gettano il rezzaglio, altri che pescano con grandi reti triangolari, cormorani in equilibrio su pali, ali stese al primo sole, gabbiani immobili su reti da pesca tese sull’acqua, i coni metallici di una moschea che brillano in lontananza.

   Poi, sbucati nel corso principale del Fiume, una lenta crociera avanti e indietro tra le confluenze col sungai Siran e col sungai Pela. Brevi risalite di questi affluenti e soste trepidanti al centro della muara, la confluenza, occhi incollati al binocolo a scrutare ogni increspatura dell’acqua, ogni tronco galleggiante o mazzo intricato di foglie strappate agli argini fangosi.


   Ma gli abitanti subacquei del Fiume restano celati, non si svelano. Si nascondono dietro la promessa, che leggo tra le increspature della corrente e gli ammassi galleggianti di gelsomino d’acqua, di concedermi un incontro quando tornerò qui.

   Si comportano come i molti abitanti di questo incantevole e sterminato arcipelago quando li ho incrociati nel mio camminare: chiedono invariabilmente quando ritornerai, perché qui, in Indonesia, un incontro non ha mai fine.


giovedì 31 dicembre 2020

La casa Dayak Benuaq

   

    In lingua Kutai ci si riferisce alle longhouse di questa parte Orientale del Kalimantan Indonesiano come rumah lamin o lou, come la chiamano i Dayak Benuaq.

    Quando ho visitato la Lou Pepas Eheng, pak Sius, al secolo Denisius, mi ha raccontato, oltre alle sue tristi vicende personali, anche molti aspetti dei simboli legati all’edificio e alcune notizie sulla comunità Benuaq che ci abita.

  
    La Lou Eheng è una palafitta lunga 74 metri e larga, in totale, oltre 30 m, con un'altezza di 3-4 metri. Poggia su una fitta rete di decine pali di ulin, legno ferro, di diametro diverso (i 13 principali, ricavati da tronchi interi, fino a 1 m), piantati fino a 1,5 m nel terreno, che mantengono il pavimento ad un’altezza anche di 2 metri da terra. Sotto il primo palo, piantato all’inizio della costruzione, anticamente si sotterrava la testa di un dayak ucciso in un raid apposito.

    Le pareti sono fatte di assi o corteccia, mentre il tetto è rivestito di tegole di legno. Il pavimento è formato da tavole di legno (nelle costruzioni più semplici, listelli di bambù).

    Attualmente vivono qui 12 capifamiglia di comune ascendenza, per un totale di quasi 40 persone. Solo pochi anni fa, racconta, erano 100 abitanti divisi in 32 famiglie.

    Se si devono aggiungere altre famiglie, la casa può aumentare in lunghezza. La lou è costituita da spazi abitativi, le stanze o orook, divisi da muri che separano una famiglia dall'altra e sono, in qualche modo, modulari. In ogni orook possono, anche temporaneamente, vivere più membri consanguinei della stessa famiglia, nonni, zii e cugini.

    Lo spazio davanti alle stanze è una area vuota longitudinale, lunga quanto la casa, utilizzata come luogo di ritrovo/lavoro, spazio per riunioni pubbliche (inuq) e per cerimonie tradizionali, dormitorio per i visitatori (stesi su stuoie intrecciate, o apai jaliq). Verso l’esterno comunica con un porticato per mezzo di una serie di porte dotate di scala (can) per scendere a terra, che si ripetono uguali dal lato interno e danno accesso alle orook. Sulla parte posteriore delle stanze si trovano le zone adibite a dispensa (lepubung) e cucina (jayung).


    Questa tipologia di abitazione tradizionale contiene in sé una varietà di significati, non solo come riparo, ma anche come rappresentazione del modo di pensare e di vivere dei Dayak Benuaq.

    Erigere una lou significa non solo dare forma ai valori “fisici” della protezione e della sicurezza domestica, ma anche fornire spazio adeguato alle attività culturali che esprimono i valori di unità, solidarietà, tolleranza, responsabilità verso sé stessi, la famiglia, la società, l'universo e la divinità. Infatti, forma e ripartizione degli spazi si rifanno alla cosmologia dei Benuaq e all'armonia della vita umana con l'universo. Una casa è l'incarnazione del processo della vita umana dalla nascita alla morte, una rappresentazione dei valori della famiglia, della solidarietà e cooperazione (in indonesiano gotong royong). Leggendo la struttura e l’organizzazione spaziale delle forme edilizie della lou è possibile analizzare la simbologia del mondo spirituale, di norme, credenze e filosofie della società Dayak Benuaq.

    Attualmente il villaggio di Eheng è composto da una longhouse, più altre case unifamiliari costruite intorno ad essa. I Benuaq sono animisti e credono in molti tipi di spiriti (wook) che si pensa vaghino per l'ambiente. Questi spiriti sono variamente associati con l'acqua, la foresta, gli alberi, il cielo, gli uccelli, la terra e il villaggio stesso. La maggior parte degli spiriti è benevola, se viene ricompensata dai beliant (sciamani) con offerte adeguate in occasione di rituali periodici chiamati guguq tautng o rituale del ”passaggio (durante) l'anno. Durante il guguq tautng, che può durare diverse settimane, gli spiriti che “risiedono” nella longhouse vengono invocati e appagati dagli sciamani, sia come ringraziamento per un anno favorevole o per cercare aiuto nel liberarsi dalle difficoltà causate, ad esempio, da un'epidemia, una pesante riduzione del raccolto o un attacco di parassiti alle coltivazioni. Questi spiriti, tuttavia, possono anche punire le persone che ignorano i costumi secolari del villaggio, o adat, facendole ammalare.

    In senso verticale, una lou consiste di tre piani: kolong (sotto), badan (corpo) e atap (tetto).

    La parte inferiore, kolong, con la sua rete di pali è utilizzata anche come deposito della legna da ardere, parcheggio veicoli, pascolo degli animali domestici (cani, maiali e galline), parco giochi dei bimbi. E’ lo spazio di passaggio tra ambiente circostante e abitazione.

    Il badan, la parte centrale, è l’insieme di spazi famigliari e sala comune (usoq), con tutti gli annessi ed attrezzature domestiche e associate al lavoro: femminile se si tratta di intrecciare il rattan per fare stuoie, borse o cesti; maschile se si parla di preparare il rattan o intagliare foderi per i mandau. La sala comune rappresenta lo spazio in cui le relazioni della comunità si fondono.

    L’atap, la parte superiore, è il luogo più sacro, assimilato alla divinità. È sostenuto da una rete di correnti di legno sungkai, leggero e resistente, a cui sono appesi vari oggetti, legati al culto e al sacro: una sorta di zattera intrecciata, luogo di meditazione; vari ciuffi di erbe secche, usate nei riti che coinvolgono gli spiriti, crani e corna di bufalo, residuo di sacrifici cerimoniali.


    In sezione orizzontale, la lou si distribuisce lungo un gradiente esterno/interno, che separa e protegge le zone più “intime” della singola famiglia dall’ambiente circostante attraverso spazi via via meno protetti: la scala di accesso (can), il portico (usoq), la sala comune, le camere da letto (bilik), la dispensa (lepubung) e la cucina (jayung).

    Davanti alle scale di entrata si trovano alcune statue di legno, che si chiamano belontakng. Pak Sius, quasi scusandosi, mi assicura che non sono oggetto di culto tra i Benauq. Poi, malizioso, aggiunge che sono state erette per ingannare gli spiriti maligni affinché non disturbino gli abitanti della casa. Ad esse si legano anche gli animali da sacrificare, bufali e maiali, in occasione di una cerimonia.


    Fumando l’ennesima sigaretta, Pak Sius si lamenta del ruolo del governo del Kutai Occidentale che presta poca attenzione a questa rumah lamin. E’ decisamente un cliché, visto che l’ho sentito spesso in Indonesia, lo stereotipo tipico del governo locale che non si prende cura di un luogo che, onestamente, ha grandi potenzialità per il turismo culturale.

    Mi alzo e mi congedo e non posso fare a meno di immaginare le schermaglie di potere dietro alla scelta di finanziare lo sviluppo turistico puntando su una o l’altra longhouse. Magari solo perché lì è nato uno dei signorotti del partito ora al potere.

    Un modo come altri per tenere la ricca cultura Dayak ai margini.

martedì 15 dicembre 2020

Le origini di Bali e la figura di Markandeya


    Lo studio della storia balinese mette spesso assieme fatti storici con storie tramandate attraverso il folklore. Una talle commistione riflette lo stile di vita e le convinzioni del popolo balinese, che per certi versi sono ancora avvolti nella superstizione.

    La narrazione dei miti fondanti la società balinese proviene generalmente da cronache, purana, tatwa sia in forma di scrittura (lontar) sia da storie orali che sono state tramandate di generazione in generazione. Tutto questo materiale, sebbene non  rigorosamente scientifico, è quantomeno importante come materiale di confronto per scoprire fatti storici realmente accaduti. È un fatto che molte delle reliquie storiche scoperte a Bali siano state trovate sulla base dello studio di questi racconti popolari. 

    Lo sviluppo dell'induismo a Bali come lo conosciamo, con la sua diversità culturale e di tradizioni, si è formato attraverso un lungo processo storico. Una parte importante di tale  evoluzione avvenne nel cosiddetto periodo dharmayatra, quando si assistette all’arrivo documentato in isola di vari santoni e sacerdoti, che portarono in isola i fondamenti di induismo e buddismo, allora già diffusi a Giava e Sumatra.

    Gli abitanti indigeni di Bali, ora chiamati Bali Mula, fino ad allora non avevano un complesso strutturato di regole religiose, essendo sostanzialmente animisti e aderenti al culto degli antenati, che chiamavano Hyang.

    Una delle figure a cui si fa riferimento per illustrare gli inizi dello sviluppo dell'induismo a Bali è  MahaRsi Markandeya, che per primo ha definito e implementato il Panca Datu e ha aperto la strada alla colonizzazione e popolamento di Bali nel IX secolo. Il periodo del suo arrivo è coinciso con l'introduzione a Bali di nuove forme religiose e sistemi di coltivazioni agricole, rese possibili dallo sviluppo di un nuovo sistema condiviso di irrigazione (Subak), ancor oggi in uso, considerato una delle unicità della cultura balinese.

    Ciò che rimane della vita di Markandeya, a parte una scarna serie di iscrizioni, è in forma di lontar o Purana, in particolare il lontar Markandeya Purana, che racconta le origini del MahaRsi e il suo viaggio di ricerca spirituale. La versione sanscrita del Purana è uno dei testi di letteratura indiana più antichi che tratta di religione indù. 

    Nella versione tramandata in Indonesia e Bali, si narra che MahaRsi Markandeya compì  il suo   viaggio ieratico nella terra di Jawadwipa (l’odierna Giava) partendo dall'India del sud. Praticò la meditazione yoga sul Monte Demulung, poi continuò il cammino verso il Monte Di Hyang (l’odierno altopiano Dieng, nella Giava centrale), che a quel tempo era sotto il controllo dell'antica Mataram (dinastia Sanjaya e Syailendra).

    Forse a causa di un disastro naturale (eruzione del vulcano) del Monte Di Hyang o, come narra il folklore, perché spesso disturbato da jins e demoni, Rsi Markandeya continuò il suo viaggio verso est fino al Monte Rawung (l’odierno vulcano Raung), che si trova a Giava orientale. In quell’epoca vi fu realmente un trasferimento di poteri da Giava Centrale a Giava Orientale, dal regno di Mataram Kun al regno di Medang Kemulan con il re Pu Sindok. 

    Sul Monte Rawung, il MahaRsi e i suoi seguaci costruirono un luogo di meditazione ed insegnamento, un pasraman. Grazie alla sua diligenza, fede e perseveranza nella meditazione e nello yoga, voci soprannaturali gli dissero che avrebbe dovuto integrarsi ed aiutare la popolazione che ne abitava le pendici.  Iniziò così un’opera di disboscamento e diffusione di pratiche agricole, oltre che di un nuovo credo religioso basato su yoga e meditazione, che avrebbe creato, tra gli abitanti, figli di indiani e giavanesi, nuovi aderenti. Queste persone erano chiamate "Wong Aga", o Popolo Aga.

    Si ritiene che il pasraman si trovi nel luogo in cui si trova ora il Tempio Gumuk Kancil nel villaggio di Bumiharjo, distretto di Glenmore, reggenza di Banyuwangi.

    Dopo aver trascorso un po 'di tempo sul Monte Rawang, sempre su consiglio divino, Markandeya si propose di continuare il suo viaggio verso est. A quel tempo l'isola di Bali non era ancora conosciuta con il suo nome attuale. I marinai che solcavano i mari di Giava e Lombok pensavano che Bali fosse parte di un'isola allungata che si integrava con quelle che oggi conosciamo come le Nusa Tenggara Barat (Lombok e Sumbawa). Infatti, nel Markandeya Purana  l'isola di Bali è chiamata Nusa Dawa/Pulau Panjang (isola lunga).

    Qui si recò dunque, attraversando il Segara Rupek (stretto tra Giava e Bali) accompagnato da circa 8.000 "Wong Aga". Trovarono molte fonti d'acqua naturali e si industriarono per liberare tratti di foresta per far spazio a risaie e altre colture. Questi sforzi, tuttavia, fallirono a causa di ripetute malattie, attacchi di tigri ed enormi serpenti velenosi. Vedendo che queste azioni non stavano avendo l'effetto desiderato, Markandeya pensò che vi fosse un'aura misteriosa, così forte da controllare quest'isola e decise di tornare al suo pasraman sul  Monte Raung per meditare di nuovo.

    Ed ottenne le sue risposte soprannaturali che lo spinsero ad organizzare una nuova spedizione a Bali con circa 4.000 uomini, ma su basi diverse. La meditazione gli fece capire che avrebbe dovuto instaurare un rapporto diverso con la natura del luogo e con le essenze soprannaturali che la governavano. Doveva mostrare rispetto, almeno nella forma, e chiedere “permesso” agli spiriti locali prima di prendere in prestito le terre per i nuovi insediamenti.

    Dopo il suo arrivo nella foresta balinese con i suoi seguaci, decise di tenere una cerimonia sacra nel luogo più alto dell'isola, che considerò il luogo più santo. Scalarono il monte Agung, che allora era conosciuto come Toh Langkir e qui seppellirono cinque tipi di metallo ("Pancadatu", oro, argento, bronzo, rame e ottone) che si pensava possedessero la potenza per respingere le forze del male e resistere ai poteri malevoli. 

    Si pensa che questo luogo corrisponda all’attuale Pura Basukihan, situato proprio ai piedi della salita per entrare nell'area di Pura Penataran Agung Besakih.

    È possibile che quando si trovò in cima al Toh Langkir (Monte Agung), Rsi Markandeya si rese conto che l'isola di Bali era solo una piccola isola, quindi pensò che il nome Pulau Panjang non fosse del tutto corretto e lo sostituì con il nome di Bali. La parola Bali stessa deriva dalla lingua Palawa, dell'India meridionale, terra natale di MahaRsi, e significa più o meno “offrire”, considerando ciò che gli dei ispirarono a Rsi Markandeya come celebrazione necessaria per ingraziarsi, gloriare e bilanciare le forze dell'universo in cui viviamo.

    Questa volta Markandeya e i suoi seguaci agirono in modo consono, e i loro tentativi di ripulire la foresta ebbero successo. Furono costruiti ampi terreni per le risaie e l'agricoltura, ma anche luoghi dove costruire abitazioni. La terra fu distribuita ai suoi adepti che si stabilirono in quello che ora è conosciuto come il villaggio di Puwakan (in indonesiano "Pembagian", divisione), vicino Taro (a nord di Ubud), considerato il villaggio più antico dell'isola di Bali. In quest’area, in mezzo alla foresta, si trova uno dei luoghi sacri più venerati dai balinesi, il Pura Sabang Daat, che sembra risalga a quel periodo.

    Fu nell’area compresa tra gli attuali villaggi di Taro e, più a sud, Payangan, che Markandeya pose le basi concettuali della neonata società balinese degli Aga. Suddivise i suoi seguaci wong Aga, noti a Giava per essere abili contadini e industriosi artigiani, in base alle loro capacità lavorative e diede origine così ai clan che ancora oggi formano l’ossatura della società balinese: bhujangga, pasek, pande, dukuh ecc. 

    Gli insegnamenti di Markandeya si possono considerare una sorta di manuale di sopravvivenza per questi gruppi di colonizzatori dell’isola, corredato, oltre che di procedure pratiche inerenti agricoltura e allevamento, anche del supporto filosofico/religioso considerato necessario per un corretto bilanciamento tra il mondo degli umani e quello della natura/divinità. Da qui la necessità di edificare luoghi di devozione e meditazione e di diffusione di una nuova forma di culto basata su rigorose pratiche di sacrificio/offerta, ringraziamento e celebrazione del divino, per conquistarne favore e benevolenza.

    La chiave di lettura potrebbe essere che il mito di Markandeya narra del passaggio dall’animismo puro e “anarchico” degli indigeni balinesi, all’induismo strutturato di origine Indo-giavanese. Nel contempo parla di una ondata di colonizzazione delle zone montane e vergini dell’isola che introduce, laddove c’erano forse solo cacciatori/raccoglitori, pratiche nuove legate ad una nuova organizzazione sociale sedentaria: disboscamento, coltivazione del riso, colture vegetali, allevamento di animali, comunità stabili e popolazione stratificata, con professioni ben distinte. Il tutto reso possibile da un avvicinamento lento, costellato di errori dovuti alla scarsa conoscenza del terreno e della sua “natura”. 

    Solo attraverso lo studio e la comprensione (la “meditazione”) della natura selvatica dell'isola si è potuto determinare la tattica adeguata per l'insediamento con successo di una nuova popolazione: i Bali Aga.

La casa Balinese: orientata con l’universo e col corpo umano

    La casa tradizionale balinese è formata da un complesso di padiglioni disposti attorno ad uno spazio vuoto centrale e protetti da un recinto in muratura ad altezza d’uomo.


    Le varie parti sono disposte secondo un ordine rigoroso che tiene conto di un allineamento ideale che segue il sottostante spirituale alla cosmologia induista ed un orientamento locale disposto secondo assi che rimandano alla grande montagna sacra, il Gunung Agung (kaja), e al mare (kelod) da una direzione, al sorgere del sole (kangin) ed al suo tramontare (kahu), dall’altra.

    Il Dharma è alla base di tutto: l’idea che in un universo gerarchizzato ogni oggetto deve avere una sua posizione ideale. Questa dev’essere individuata correttamente secondo vettori prestabiliti per poter raggiungere la moksha, il punto perfetto dove un umano raggiunge l’armonia con l’universo. La giusta disposizione delle strutture nella casa balinese è presupposto naturale per perseguire questo scopo.

    Le basi concettuali e filosofiche si riassumono in una suddivisione dello spazio che riflette quella dell’universo, attraverso la figura del Mandala, forma geometrica sub-circolare che può essere intesa come rappresentazione vettoriale del mondo e dell’universo e assomiglia ad una bussola.

    C’è un Mandala che ricorda come l’universo sia tripartito, formato dalla sovrapposizione ed interazione di un Nista, regno del sotto-mondo oscuro, un Madya, il mondo fisico dove camminano gli umani e un Utama, area in cui risiede ciò che l’universo ha di più sacro e divino. 

    Questa tripartizione si ritrova ampliata e gerarchizzata nei concetti filosofici di Tri Angga e Tri Loka, dove il disegno di progressione in tre parti dagli inferi all’empireo, attraverso il mondo dei vivi, viene sottolineata e precisata. 

    La conformazione dell’isola è all’origine e giustifica questa tripartizione, il mare dei morti e dei demoni (buhr), la pianura centrale dove prosperano gli umani (buwah) e il massiccio centrale (swah), dove risiedono gli dei-montagna, sui quali svetta il grande vulcano. E’ un esempio perfetto di come la geografia di un luogo fa immaginare una cosmologia intera.

    Un altro Mandala, Sang, si infila in questi tre reami e definisce il mondo lungo nove direzioni, gli otto punti cardinali e lo zenit. Ogni vettore ha un suo patrono o guardiano ultramondano, che possiede qualità tutte umane, colore, numero e sillaba sacri e materialità (un tempio è stato eretto in ognuna delle nove direzioni). Al centro sta la direzione somma, il creatore che è anche distruttore, il frutto di Yin e Yang: Shiva, la rappresentazione di Dio più sentita dai balinesi.

    Questi Mandala sono l’ossatura dell’induismo balinese e sono raffigurati in ogni luogo pubblico e privato di culto, a ricordare ad ogni cittadino come è fatto l’universo, chi lo abita e gestisce e qual’è il proprio ruolo in esso. 

    Gli stessi principi filosofici, e la loro volgarizzazione in pratiche costruttive, sono dettagliati nel "manuale" dell’architettura balinese, o Asta Kosala Kosali, scritto su foglie di lontar in giavanese antico, o kawi, nel lontar Bhagawan Siswakarma.

    Il fondo simbolico delle quattro direzioni cardinali fa si che le componenti abitative del compound balinese e le rispettive funzioni quotidiane, si dispongano in aree precise che possiedono gradienti di sacralità.


    Nell’angolo Kaja-kangin, l’area più sacra e destinata alla vita, è considerata la più propizia ed è sede degli altari famigliari. Nell’angolo opposto, kelod-kahu, il luogo più profano e impuro, è collocata la cucina e gli scarichi dei rifiuti.

    Il simbolismo include anche la rappresentazione metaforica del complesso di edifici e delle sue varie strutture in relazione al corpo umano. Così, il complesso di altari di famiglia viene identificato con la testa; la zona notte e il padiglione per ricevere gli ospiti, con le braccia; il cortile centrale con l'ombelico; il focolare con gli organi sessuali; la cucina e il lumbung (il magazzino del riso) con gambe e piedi e la fossa dei rifiuti nel cortile con l'ano.

    Nella cultura balinese, il primo giorno di costruzione di un nuovo complesso residenziale è un momento cruciale. Il proprietario della casa consulterà un esperto per scegliere il giorno più propizio nel calendario balinese per iniziare il cantiere. Si dovrà eseguire una cerimonia durante la quale varie offerte sono interrate nelle fondamenta, con la speranza che la costruzione proceda senza intoppi. 

    L'architetto (in balinese undagi) segue, come detto, le regole scritte nell'Asta Kosala Kosali. Queste regole costruttive servono a conferire alle varie componenti del compound abitativo corrispondenza geometrica e matematica col corpo del proprietario, come se la casa sia un’appendice del suo organismo e le proporzioni del corpo umano abbiano un significato universale. Analogamente a quanto categorizzato, per esempio, dall’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci o dal Modulor di Le Corbusier: l’uomo possiede tutte le misure e l’architettura dev’essere a misura d’uomo.




    L'undagi effettuerà una serie di misurazioni del corpo del capofamiglia, registrate su un paletto di bambù, che servirà come una sorta di metro per creare, in proporzione, il disegno della casa. Le unità di base sono depa (braccio), hasta (cubito o avanbraccio) e musti (è la distanza tra il polso e il pollice teso del pugno). 

    Altre varianti sono depa media (versione verticale di depa), sedemak (mano), tampak (larghezza del pugno chiuso, con il pollice nascosto) e lengkat (larghezza tra la punta di un pollice e la punta dell'indice se allungato). 

    Il primato della direzione Kaja-Kangin viene seguita anche nella costruzione. Il primo palo ad essere eretto, con una piccola piattaforma per le offerte attaccata alla sua sommità, è sempre quello all'angolo kaja-kangin. Dopo la posa di questo palo, gli altri sono  piantati in senso orario. 

    Infine, dopo il completamento della casa, viene effettuato un rituale di purificazione finale chiamato melaspas, che serve a preparare l’arrivo degli abitanti.

    L’edificio, o meglio l’insieme dei padiglioni, è ora avvolto in un denso intreccio di significati vettoriali necessario per inserirlo in un disegno universale ove tutto è certo, possiede un significato preciso ed è perfettamente bilanciato. La precisa rete di rapporti tra famiglie e clan della società balinese si riflette in modo riconoscibile nel rapporto con il sottomondo e l’ultramondo. Ogni individuo riconosce se stesso ed il suo posto in questo universo seguendo in ogni momento della propria vita tali tracce vettoriali, ed si realizza in armonia con esso.