Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

giovedì 22 agosto 2019

I villaggi dei Nagekeo


   In sella ad uno scooter in affitto, percorro la bella strada costiera che da Ende si allontana serpeggiando verso ovest, verso le terre dei Naga e dei Keo, alla ricerca dei sa’o jara, i cavalli lignei stilizzati che rappresentano il totem principale di questo popolo
   In questi ultimi anni questo tratto che corre lungo il mar di Savu fino alla cittadina di Nangaroro, è stato riasfaltato e permette viste incantevoli della costa sabbiosa, dell’isola e penisola di Ende, con i vulcani Iya e Medja. La lunga spiaggia da Maunggora a Nangapanda, conosciuta al turismo come spiaggia blu, è punteggiata dai mucchi di sassi di varie gradazioni di nero, verde e bluastro e calibri diversi, che attorniano gli insediamenti precari dei raccoglitori, spesso donne col bimbo al collo chine sulla battigia per ore a raccogliere questo pesante tesoro verdazzurro, tanto ambito dai costruttori di ville del Giappone e di Bali.
   A Nangaroro la strada si inerpica con ampi tornanti e la guida si fa ancor più divertente, attraverso tratti di foresta e piantagioni. Ad Aegela si lascia la pomposa trans-Flores e ci si dirige a nord, lungo quella che sembra un’autostrada tra basse colline. Non incrocio veicoli e nemmeno case per diversi chilometri. Sembra un pianeta deserto. Dopo una curva compaiono le prima case sparse e, all’altezza della chiesa, si sale una stradina verso il villaggio adat di Lambolewa, Bo’a Zea.

   Bo’a Zea (Lambolewa)
   Chiedo il permesso di entrare nel villaggio ad un anziano: due file di case tradizionali con al centro un ampio spazio comune, rinnovato di recente. Una coppia di colubrine portoghesi fanno guardia minacciosa. Om Dobi si scusa perché non ha nulla da offrirmi, in compenso mi racconta del furto del Peo ligneo, che ha colpito al cuore la comunità, e della boxe locale, tinju, che si svolge ogni anno ad agosto. Ine Susanna mi parla della sua famiglia e dei figli, al lavoro nei campi. I giovani sono tutti al lavoro, i bambini alla scuola e a presidiare il luogo rimangono pochi anziani. L’insediamento di origine, Labo-Kawa il kampung induk, si trova 8 km più sù lungo il sentiero che porta alla cima del monte Keli Lambo.

   Da Lambolewa in mezzora si scende verso il mare e la piana alluvionale di Mbay, formata dal fiume Aesesa, verde di risaie dopo le aride distese di sterpaglie che coprono i versanti occidentali delle colline. Sul mare fa un caldo accecante e l’aria attorno trema satura di polvere. Tristi edifici governativi si affacciano lungo la strada, asfalto intriso di sabbia e buche lasciate dall’ultimo monsone.
   Prendo la strada che si inerpica verso sud, lungo il versante occidentale del Keli Lambo, fino al bivio per Tutubhada.

   Tutubhada
   Un grande villaggio con molte case tradizionali, alcune, quelle di origine dei suku, ben tenute. Queste, chiamate Sa’o Ji Vao, hanno tre facce intagliate nella trave anteriore e, ai lati dell’entrata, dietro la veranda, due statue lignee, donna a sinistra e uomo a destra, a grandezza naturale. A sottolineare il primato della coppia portatrice di vita di un clan.
Pak Fredy, emigrato a Giava per cercare lavoro, è stato richiamato dal governo locale per occuparsi della promozione turistica. Mi fa da cicerone, alto, azzimato, occhiali spessi e sigaretta accesa. Chiedo di visitare la Sa’o Ji Vao principale, ma niente: la morte di un anziano incombe e bandisce la visita di stranieri durante i 40 giorni di lutto. Solo indossando una sciarpa tradizionale, affittata da una vecchina, posso avvicinarmi e ammirare gli intagli, le statue e le decorazioni sulla facciata.
   Fredy è un ironico dissacratore e racconta di alcuni turisti musulmani che, per non aver rispettato le regole e i tabù del villaggio, sono morti colpiti dall’anatema degli antenati, di ritorno a Giava. Il villaggio si affaccia su un’ampia piazza rettangolare che ospita tombe e menhir di pietra, ricoperti di cera sciolta delle candele offerte ai morti.

   Dopo la scuola media di Tutubhada una stradina a tratti sassosa e sconnessa sale per diversi chilometri tra basse colline. Quando la pista diventa cementata (è la spiccia modernità della profonda provincia indonesiana), si prende un sentiero a sinistra.

   Rendu Ola
   Il villaggio mi appare vuoto. all’entrata, su un angolo dello spiazzo centrale, sta un singolo Sa’o Nggua con alcune mascelle appese. Al centro del villaggio si staglia solitario un Peo ben disegnato e intagliato, e una Sa’o Enda minimalista. Arrivano due vecchine cariche della spesa fatta al mercato di fondo valle. Si riposano sotto la veranda di una casa e si fanno un betel. Si chiacchiera degli incendi che, in questa stagione di secchezza estrema, sono il vero pericolo per le comunità isolate. Un luogo tranquillo, abitato dal vento secco e dai fantasmi.

   A Boawae riprendo la TransFlores verso est. Al bivio di Raja si imbocca la strada verso sud che attraversa basse colline, gole, montagne verdi e boschi di Eugenia (chiodo di garofano) e Aleurites (noce delle Molucche). Poche risaie, già aride. La strada asfaltata è costellata di macchie di noci, fave di cacao e chiodi di garofano messi a seccare al sole.

   Wajo
   Pak Arnold esce dalla sua grande casa moderna per accogliermi, abbigliato con vesti antiche. Il suo aiutante mi fa togliere le scarpe e mi aiuta ad indossare gli stessi capi, un sarong con motivi che sembrano fiocchi di neve, dorati su fondo nero, e una sciarpa che riprende gli stessi colori. Solo così posso salire sulla grande piattaforma di pietra sopraelevata dove si trovano Peo e Sa’o Enda. Questo villaggio, peraltro molto noto per la sua orchestra di percussioni di bambù, non ha un Sa’o Jara separato e distinto dall’edificio, ma lo si riconosce integrato nelle grosse travi che sostengono il pavimento, abbellite con terminali a forma di testa di cavallo. L’interno è stato estesamente intagliato con scene e simboli legati a caccia e agricoltura e statue lignee.

   Pautoda
   Unione di due suku, Pau e Toda, il villaggio ha dato origine a 4 ana susu. A fine luglio si svolge la grande cerimonia Ka Todo che coinvolge gli ana susu nella celebrazione dell’unione fra uomo e agricoltura. La festa si dipana in varie parti: durante la Pute Wutu i quattro anziani capi-clan danzano attorno al Peo assieme all’anziano custode della tradizione, o Nete Niro. imitati, in un secondo momento, dalle loro mogli. Seguono danze collettive e declamazione di poesie. L’apice si raggiunge con la Sepa Api, che prevede danzare e scalciare le braci ardenti di gusci di cocco, fino ad estinguerle. Infine, con la Papa Todi, i maschi dei due suku, Pau e Toda, si affrontano in una battaglia rituale usando come proiettili frutta (pinang, piccole noci di cocco, zucche del Siam, arance e papaie).
   Pak Sipri (Siprianus) mi racconta che all’origine della danza del fuoco ci fu un esorcismo. Un antenato, nel villaggio, aveva raggiunto una conoscenza tale delle preparazioni erboristiche da diventare invulnerabile, salvo se bruciato con braci di gusci di cocco. La sua presenza e arroganza creò disarmonia tra gli abitanti del villaggio che, per ricreare il giusto equilibrio, lo bruciarono su braci ardenti fino a calpestarne le ceneri.

   Lewa
   Ci sono quattro suku. Oltre al Peo, a cui hanno rubato alcuni abbellimenti, c’è il madhu, un palo intagliato a motivi geometrici con in cima la statuina di un uccello. Le effigi di uccelli sono associate, come accade negli intagli delle case Ngada, a “gioielli”, qui rappresentati da conchiglie. Il significato è lo stesso: i volatili domestici concorrono al benessere del clan e del villaggio e sono simbolizzati mentre “producono” ricchezza. Un gruppo di anziani mi invita a sedere sotto una tettoia e inizia la solita intervista, come sempre condita da buonumore, allusioni e frasi scherzose. Immancabile la foto ricordo sotto il Sa’o Jara. Acquisto un bel po’ di chiodi di garofano e l’invito a ritornare in occasione del Sepa Api. Un giovane mi accompagna ad un villaggio vicino, dove è in corso la festa di accoglienza di una suora, appena rientrata dall’Italia. Mi siedo con i suoi famigliari che mi rifocillano e si divertono quando scambio poche frasi in italiano con la sorella, visibilmente imbarazzata.

domenica 18 agosto 2019

La costruzione di una casa Lio: la Sa’o Ria


Durante una delle visite a Saga, villaggio alle pendici del Kelimutu, ho conosciuto Massimilianus, detto Maxi. Personaggio complesso, dalla vita avventurosa. Nel suo inglese agitato e animato mi ha raccontato come si svolge l’iter complicato di decisioni formali e cerimonie rituali che porta alla costruzione della Sa'o Ria, la “casa grande”, l’edificio privato/pubblico/religioso di uno dei clan che compongono un villaggio Lio.


Si inizia con una serie di incontri chiamati Tewo Bou Lo'o Mondo, e organizzati dall’Ata Laki Pu'u (il capo del clan cui appartiene la Sa’o Ria e secondo in comando al villaggio). Partecipano alle discussioni l’ Ata Laki Ria Bewa (il “capo” tra i clan, o anziano più ascoltato tra i Mosalaki dei clan) e il Koe Kolu (il coordinatore della costruzioni). In queste riunioni si decidono la posizione dalla casa, i materiali da costruzione, gli artigiani migliori, la programmazione dei tempi di realizzazione, il tipo di fondazioni.

Particolare cura sta nella scelta degli alberi della foresta da cui trarre le varie parti della casa. E’ un lungo iter che coinvolge mosalaki e sciamani riuniti in una “spedizione” che sceglierà gli alberi e le erbe più adatti e negozierà con gli spiriti della foresta il permesso di abbatterli ed utilizzarli.

Il gruppo è guidato dal Mosalaki Ko'olaki Rowa Ongga Tau Mburu Gulu Rara Sewa, vale a dire colui che conosce la foresta. Porta con sé Kili Ndolu (una lunga corda), Taka (ascia) e Nggo (un gong). Il suo cammino si accompagna al suono incessante del gong per avvisare tutte le comunità che attraversa della sua ricerca di legname per la costruzione di una nuova casa grande.
Arrivati alla foresta, si tengono una serie di azioni cerimoniali, come l’uccisione di un maiale,il cui sangue è spalmato sugli alberi da abbattere, per chiedere il permesso di Nitu, il guardiano della foresta. Una volta raccolti tutti i materiali da costruzione, erbe e legname vengono portati cerimonialmente al villaggio con una processione accompagnata da musica e canti, chiamata Oro, che celebra il primato della cooperazione reciproca e del rispetto della foresta. L’accesso sicuro al villaggio è garantito da uno sciamano, chiamato ad espellere eventuali presenze maligne annidate nei materiali scelti.
Quando tutti gli elementi sono stati accatastati nello spazio centrale si procede al Koe Walu, che prepara il luogo di edificazione della Sa'o Ria. Il primo elemento installato è il palo principale o Leke Pera (albero principale). In passato, sotto il Leke Pera veniva interrato un bambino piccolo, ora più eticamente rimpiazzato da un cucciolo di cane, il cui sangue è spruzzato su ogni palo (Leke), in modo da assicurare che i pilastri principali stiano ben fermi e in grado di garantire un ricovero efficace e duraturo ai futuri abitanti. Infine si procede alla copertura del tetto o Ate. Al momento della posa è necessario il sacrificio di un animale di grandi dimensioni durante la cerimonia Kam Ria

Infine, l’ultima cerimonia, prima di entrare nella nuova casa, è Tunu Muku (banane arrosto). Vengono cotte assieme banane (muku), pollo (manu) e maiale (wawi), per chiedere a Du'a Ngga'e e agli antenati la benedizione sulla Sa'o Ria e i suoi occupanti.

domenica 16 dicembre 2018

Simboli della cultura Nagekeo




In molte parti del mondo le società si basano su oggetti simbolici per ribadire l’origine e gli interessi comuni a quel gruppo omogeneo di persone.
Una comunità che si raccoglie attorno ad oggetti emblematici genera inclusione, appartenenza, stimola ad una vita condivisa, armoniosa e unificante. Per le genti Nagekeo costruire, rinnovare e rispettare i simboli di una tradizione secolare è considerato uno stimolo a sostenere i nobili valori di coesione ed unificazione tramandati dagli antenati. In omaggio alla loro eredità: su’u ta mbupu wangga ame uwa.


La diversità culturale esibita dalle genti di Flores si rinnova tra i Nagekeo, che hanno generato una serie di emblemi originali e distinti da quelli di etnie a loro confinanti. Attorno a questi oggetti si dipanano i momenti straordinari delle comunità, le cerimonie legate all’agricoltura, alla nascita e alla morte, al matrimonio, che si intrecciano e danno sostanza rinnovata alla loro vita ordinaria, di tutti i giorni.



PEO : un semplice palo in legno , bipartito, che si alza solitario in mezzo alle case tradizionali, proclama a tutti, quasi in un ampio abbraccio, indivisibilità e indipendenza del clan che ha fondato il villaggio, oltre alla supremazia della tradizione. Quasi sempre posizionato al centro di un piccolo cumulo di pietre.
Nei secoli passati le genti Nage e Keo si spostavano spesso per stabilirsi su terre vergini (tana ine mona, watu ame nggedhe). Le cause delle migrazioni erano guerre perdute, eventi naturali, ricerca di terre più fertili, ma anche il frazionamento di clan dovuto a matrimonio e allargamento delle famiglie. In tutti questi casi, non appena la comunità rendeva la terra produttiva e il bestiame abbondante, si innalzava un Peo.
Durante le cerimonie principali a questo tronco fatto di legno embu (Cassia fistula) sono legati i bufali che inonderanno la terra col loro sangue sacrificale. Per rendere la terra compatta e non disunita (mbasa ne’e la mo’o tana ma’e udhu adha) e la carne un pasto condiviso (pora tau pesa ka).
La forma a V indica il sesso femminile, è la madre, l'utero che da alla luce tutti i figli e l’amore che tiene insieme la famiglia. Sulla cima di ogni braccio del Peo sono collocate due figurine di uccelli, una di fronte all'altra, a memento della necessità di pace e fratellanza. Talvolta, in corrispondenza del becco degli uccelli, sono appese delle conchiglie, che rappresentano la ricchezza che scaturisce da concordia e solidarietà (un punto di vicinanza con gli intagli delle facciate delle case tradizionali Ngada). Inoltre, il tronco principale e i due rami sono spesso abbelliti da intagli geometrici e intarsi di madreperla.

Il Peo ha sempre un compagno, un simbolo che richiama il lato maschile del clan, o madhu.

MADHU: un corto palo di legno impiantato nel terreno ad una certa distanza dal Peo, con in cima una statua di un uomo nudo. La sua posizione ad un livello superiore (wawo) rispetto alla collocazione in basso (wena) del Peo, segue la simbologia di genere nella società Nagekeo. Qui sono legati provvisoriamente i bufali prima di essere spostati al Peo per il sacrificio durante un cerimonia chiamata para.


SA’O ENDA: una piccola palafitta senza pareti che rappresenta il focolare domestico. Si trova lungo lo stesso asse della coppia Peo/madhu, che corre lungo il centro della “piazza” del villaggio. Alla sa’o enda si accompagna una statua lignea di cavallo (jara), montata da una coppia di statuine nude di un uomo (che tiene le redini) ed una donna subito dietro. Il cavallo è il mezzo di trasporto della famiglia e l’insieme simboleggia la coppia idealizzata con adeguati mezzi di sussistenza.




Nella enda sono conservati vari oggetti tradizionali che richiamano i fondatori del clan e altri legati all’origine della comunità: una coppia di statue uomo/donna chiamate ana jeo; una pentola di coccio (anga); un piatto ricavato da una zucca (tora); attrezzi per lavorare il riso (kadho, idhe); un mestolo (kao). Talvolta si trovano strumenti musicali, come gong e tamburi.
La sa’o enda più famosa con jara e ana deo si trova a Boawae Pu’u (anche se è rimasta una sola statua). Altre si trovano a Lewa, Ngera e Nua Bolo.




SAO TUDU: è una piccola capanna innalzata al centro del villaggio, usata in occasione delle cerimonie principali. E la “cucina” nella quale i maschi cuociono cibi tradizionali intesi come offerte di ringraziamento agli antenati (pedhe teti, seo nga’e). Sao tudu è, quasi come il peo, un simbolo di unità e appartenenza ad un’origine comune. Infatti si trova sia nei villaggi capostipite sia negli insediamenti secondari, da quello originati e che con quello hanno in comune i costumi tradizionali.





martedì 11 dicembre 2018

Il popolo del tamarindo: origini e storia dei Nagekeo di Flores

     Flores ha avuto una sua storia molto prima che arrivassero i primi commercianti stranieri o missionari. Tuttavia, poiché gli antichi Florinesi tramandavano la loro storia solo oralmente, poco si sa sulle origini di molti di essi. I primi visitatori stranieri a Flores probabilmente incontrarono insediamenti dispersi e indipendenti costituiti da diversi clan discendenti da un antenato comune. I villaggi attuali hanno tutti una origine simile.

      Precedentemente all’arrivo a Flores dei primi europei, Makassaresi e Bugis, i popoli marittimi di Sulawesi meridionale, si spinsero fino a Flores per il commercio e le incursioni schiaviste e presero il controllo di alcune zone costiere. Mentre le aree costiere orientali di Flores erano sotto l'autorità dei raja di Ternate, nelle Molucche, Flores occidentale era dominato dai sultanati di Bima a Sumbawa e Goa a Sulawesi (come l’area pianeggiante attorno a Mbay, al nord della regione dei Nagekeo).  Con l’arrivo dei Portoghesi ci furono sicuramente contatti con le popolazioni degli altopiani di Flores Centrale, tanto che in alcune case antiche i clan ne tramandano alcuni oggetti, spade e colubrine in primis (come a Lambolewa e Tutubadha).
       Nage e Keo sono due regioni adiacenti, poste tra le terre Ngada e quelle Lio, nella parte centrale di Flores. Condividono cultura, lingua (pur con almeno 25 dialetti) e struttura sociale, e per questo furono riunite in un'unica entità amministrativa dalle autorità coloniali olandesi. Il moderno governo indonesiano ne mantenne la coesione che alla fine si trasformò in una fusione quasi completa. Durante il dominio coloniale olandese, il territorio del raja di Bo'a Wae (Boawae) si estendeva da una costa all'altra, includendo una varietà di popoli diversi tra cui la comunità islamica di Mbay nel nord e la comunità meridionale di Tonggo, popolata da coloni Endenesi imparentati da vincoli matrimoniali con i Keo.      

     Un tratto culturale in comune tra i due gruppi etnici sono i totem appartenenti al regno vegetale piuttosto che animale, come invece ha la maggior parte delle tribù dell'arcipelago, incluso i vicini Ngadha. A parte i totem specifici di un clan, tutti i clan rispettano un totem condiviso, l'albero di tamarindo, nage, che non possono usare né come materiale da costruzione né bruciare per il fuoco. Contravvenire a questi tabù si traduce in conseguenze nefaste come malattie o sfortuna per la casa e la famiglia.        

     La maggior parte delle regioni a nord della Trans-Flores, attorno al monte Kelilambo, è ricoperta di savana e alberi di palma lontar, tamarindo, cannella. Mbay, la capitale, sorge su una piana coltivata a riso, limitata a nord dal Mar di Flores. Nelle zone collinose attorno al vulcano Ebulobo, a sud della Trans-Flores, e fino al mare abbondano al contrario boschi di bambù, noce kemiri e chiodi di garofano. In generale l’aspetto è più verdeggiante per il maggiore apporto di pioggia. 

venerdì 26 ottobre 2018

Un mondo d'acque, di pesci e di galli


   Un mondo d’acque, di pesci e di galli. Questo è il Borneo Indonesiano, o Kalimantan, del grande bacino del Sentarum. Un complesso di depressioni collegate fra loro e periodicamente inondate dalle piene del fiume Kapuas e dei suoi tributari. La cadenza pioggia/secco detta le regole di vita da queste parti. Banjir e kemarau, come dicono qui. Con le piogge torrenziali tutto si inonda e l’acqua riporta fiumi, laghi, palafitte e zattere allo stesso livello. Spariscono i fusti di alberi e arbusti, spariscono gli argini dei fiumi e le scalette di legno pericolosamente vertiginose. E’ un mondo immoto, immerso, che si specchia di cielo.

   Ma ora, ora che fa un caldo atroce, che non piove da mesi, tutto sprofonda sotto sei metri di cielo. l’aria è tornata a conquistare uno spazio che l’acqua ha abbandonato e sembra spingerla giù, sempre più giù. 


   Le case e i camminamenti di legno appaiono appollaiati e precari su gracili palafitte. Il mondo dei viventi va conquistato montando su esili passerelle e salendo su per scalette infinite e pericolanti.

   Sono lunghi mesi in cui la natura stessa crea ambienti diversi, quasi opposti. La gente farebbe fatica ad adattarsi ogni volta se non fosse che il collante che lega assieme momenti tanto dissimili è sempre uguale e onnipresente: acqua, pesce, galli.

   L’acqua, pur ritiratasi a magri corsi fangosi, popolati di tronchi e rami, e stretti laghetti assediati dalle piante in piena crescita vegetativa, è sempre la padrona degli spostamenti, della vita delle famiglie. Tutto si svolge a contatto con l’acqua: ci si lava, si gioca, si pulisce la barca o il bucato, si defeca, si pesca, si ammolla il rotan, si annaffia l’orto. 

   E sull’acqua, anche la poca rimasta, ci si sposta con ogni mezzo, pagaiando con fatica o sfrecciando col fuoribordo, come libellule. Sull’acqua arrivano le provviste dalla città e i lenti barconi dei grossisti di pesce e dei venditori di benzina. In barca arrivano funzionari del governo e i pochi viaggiatori che si spingono fin qui, una settantina l’anno. Una buona parte delle attività della comunità si svolgono su pontoni galleggianti, che rendono disponibile spazio in ogni momento dell’anno. Gabinetti, ripostigli, gabbioni per il pesce e pollai. Tutto questo sfila accanto alla nostra barca quando percorre lenta la “strada” principale del villaggio. Un viale d’acqua.

   É l’acqua a fornire la fonte principale di proteine e guadagni: i pesci. Non c’è area del Sentarum che non abbia una trappola per pesci. Le reti di sbarramento percorrono ogni tratto del fiume, dei canali e laghi. 


   Un’intera economia si basa sull’abilità secolare di catturare una delle quasi 300 specie di pesci che vivono in questa enorme area umida. Ogni momento è buono per pescare, anche durante un’escursione con ospiti stranieri. 

   Uomini e donne passano gran parte della loro giornata a catturare pesci, a svuotare nasse, a riparare e riposizionare reti. Giovani donne escono pagaiando sulla piroga, con un amo, una lenza e il bimbo al collo. 


   Perfino gli anziani non smettono e, prima del tramonto, escono in piroga con una cannetta o una lunga fiocina arrugginita, per sentirsi ancora a contatto con l’acqua e i suoi abitanti.

   Infine c’è una componente del "collante" sociale che non passa certo inosservata: i polli. Ogni villaggio, fino alla comunità più piccola e remota, ne è pieno. I pollai, dove sono confinati chiocce e pulcini, sono nel retro delle aree private delle longhouse. Ma la gran parte dei volatili razzola libera sotto l’immensa volta lignea che è il pavimento della casa lunga, o rumah betang. Tutti ruspano assieme, fuggono chioccianti, beccano qualsiasi cosa cada dal pavimento, mimano quel che accade negli spazi comuni sopra le loro teste, dove la socialità umana permea la grande casa. A sera, solo le donne, col loro richiamo personalizzato, mettono ordine nell’anarchico chiocciare e riescono a guidare i propri pennuti alla mangiatoia.



   Poi ci sono i prediletti dei maschi, i galli destinati al combattimento. Questi, veri guerrieri cui il maschio Iban si ispira, hanno colori sgargianti, esibiscono uno spirito marziale e virtù impavide in battaglia. E strepitano forte prima dell’alba, scatenando un coro polifonico che impedisce il sonno.


   Quando la piroga penetra la rete di laghi attraverso stretti canali di acqua nera, la foresta si chiude sopra di noi. A prua, armato di pagaia, Adi fatica a schivare tronchi enormi, residuo di un’epoca di intensa deforestazione tanto che spesso la barca gratta su ceppi e fusti recisi. Adi si volta svelto e mi evita il contatto con un ramo pendente di rotan, irto di spine ricurve. Più in là, lungo passaggi angusti tra i laghi, lunghe foglie di pandano si protendono sull’acqua con i margini seghettati come coltelli da pane. Sembra che il Sentarum ci voglia avvolgere, intrappolare. E solo a fatica, riusciamo a sgusciare via. Resta la sensazione che lunghe braccia ti afferrino e non ti lascino andare.
Un’acuminata e perentoria richiesta di ritornare.