Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

sabato 5 novembre 2016

Il ciclo dell'acqua nella mitologia balinese

Bhatara Tengahing Segara
Ava divas tarayanti
Sapta suryasya rasmayah.
Apah samudrriya dharaah.
 (Atharvaveda VII.107.1).
Sette raggi solari
evaporano naturalmente
l'acqua di mare
verso il cielo blu.
Poi dal cielo blu
la pioggia cade sulla terra.



 “Il sole che splende sulla terra penetra in modo naturale col suo calore nell’acqua mare. Questa è la legge naturale della creazione di Dio. L'acqua dell'oceano, esposta alla luce solare, evapora nel cielo in forma di nuvole. Sempre per legge di natura le nuvole si trasformano in pioggia. L'acqua piovana che cade sul monte verrà assorbita correttamente solo se la foresta è fitta. Dal processo della creazione divina nasce la naturale fertilità della terra, che è la fonte di tutti gli esseri viventi. Se grande è il dono di Dio all'umanità, altrettanto lo è il debito che essa deve a Dio. La natura umana sarebbe infelice se l’intero processo fosse interrotto o alterato.”
E per infondere il credo che la vita non deve danneggiare i processi naturali, Dio è adorato nella sua manifestazione di Dio del Mare. Nella tradizione indù di Bali il Dio del mare è chiamato Bhatara Tengahing Segara, celebrato nel Pura Goa Lawah, il tempio-caverna sul mare, lungo la strada per Karangasem.

Nel Lontar Prekempa Gunung Agung si racconta che Shiva inviò la Trinità, Sang Hyang Tri Murti, per salvare la terra. Brahma discese per reincarnarsi nel serpente (naga) Ananta Bhoga. Vishnu si incarnò nel serpente Basuki e Iswara diventò il serpente Taksaka.
Naga Basuki si posizionò con la testa nell'oceano per farlo muovere ed evaporare a formare le nuvole. La coda diventò il monte e le sue squame le foreste che l?ammantano. La testa di Naga Basuki così divenne l’apertura che collegava il mare con la cima del Gunung Agung: la grotta Goa Lawah. L’apice della coda si trova nel tempio Pura Goa Raja, uno dei templi del complesso di Besakih. Infatti anticamente si credeva che tra i due luoghi vi fosse un collegamento sotterraneo, che solo il terremoto del 1917 fece franare, interrompendolo. (www.babadbali.com).

Quindi l’azione “dell’alito divino” della testa del naga Basuki fa evaporare l’acqua di mare che, condensandosi, forma le nuvole. Queste, portate dal vento, si addensano sulle pendici del Gunung Agung e precipitano in forma di pioggia. L’acqua piovana, agevolata dalla fitta copertura forestale, permea il terreno e, attraverso i collegamenti sotterranei, ritorna al mare lungo coda e testa del naga Basuki.

Nel tempio di Goa Lawah i balinesi adorano il Dio affinché un tale processo naturale abbia corso regolare e la terra rimanga fertile a beneficio dell’umanità.

lunedì 26 settembre 2016

I giovani balinesi e la tradizione

In molti hanno osservato, nel corso dello sviluppo impetuoso e disordinato del turismo a Bali degli ultimi 20 anni, che non ce l’avrebbero fatta. Che i giovani balinesi non avrebbero retto al bombardamento sconsiderato di valori avulsi e spesso opposti a quelli gelosamente tramandati dalla società agricolo-religioso-feudale isolana. Che avrebbero accettato passivamente il consumismo e si sarebbero consegnati ad un capitalismo caotico e irrispettoso, un po’ come sta accadendo alla stessa frangia di popolazione nelle altre tigri asiatiche, Malesia, Thailandia, Vietnam e Filippine.
La realtà restituisce come al solito una situazione articolata, senza vincitori né vinti. I ragazzi balinesi sono sì lanciati nell'adottare nuovi modelli di comportamento, nuovi stili di vita, ma restano nella stragrande maggioranza ancorati e avvolti nel bozzolo culturale della organizzata e onnicomprensiva società dell’isola degli dei.
I membri più giovani di ogni banjar e villaggio continuano in massa a partecipare alle cerimonie religiose che formano l’ossatura entro cui si articola la vita di ogni abitante dell’isola, scandite in riti di passaggio e celebrazioni di dei ed antenati. Ci vanno in moto, con immancabili occhiali scuri, seri e imbronciati, cellulare all'ultima moda, acconciatura ardita e tatuati. Ma ci vanno, maschi e femmine in egual misura.

Questa piccola enclave di pensiero induista, persa in un oceano di isole abitate in massa da musulmani, non mostra di sgretolarsi sotto i colpi del profitto, che cerca di trasformare le magnifiche risaie della Bali rurale in enormi complessi turistici ed ha già con successo trasformato un paradiso esotico per pochi in un’icona turistica per le masse. Il segreto è, forse, in una parola: appartenenza.
L’intreccio di legami di famiglia, famiglia allargata e clan che trattengono e cementano assieme i gruppi sociali dell’isola è talmente saldo e autentico che ancora riesce efficacemente a proporsi alle nuove generazioni come modello originale, caratteristico, unico. Quasi uno status symbol, la balinesità. Un modello non da rigettare e sostituire con altri più semplici e moderni, ma da mantenere, coltivare e fare proprio. Da indossare con l'orgoglio di emergere ed essere distinguibili in quest'immensità etnica che è l’Indonesia moderna, al di là del pensiero unico islamico che, come un’immensa coperta, tende a uniformare, se non cancellare, la ricca diversità culturale dell’arcipelago.
In questo scenario l’unicità di Bali diventa una bandiera che attrae migliaia di giovani che non esitano a partecipare alla densa vita cerimoniale, vestiti in modo tradizionale e disciplinati a seguire passo passo le procedure rituali così come tramandate nei testi sacri redatti in foglie di palma.

Paradossalmente, il turismo di massa, con la sua pressione culturale multiforme e sguaiata, che invade l’isola e ne erode l’ecosistema naturale, tiene in vita gli aspetti esotici della cultura balinese promuovendone sul palcoscenico globale particolarità e sottolineandone l’identità. Tutti conoscono il brand Bali, i media mondiali ne parlano, viene dipinta come meta di vacanze esotiche, fatta di sorrisi, sole, mare e cerimoniali millenari. I balinesi sono dipinti come dediti alla danza, alla musica, all'adorazione silenziosa degli dei, disponibili al sorriso e quieti nell'accogliere il turista.
A fronte di ciò, gli abitanti dell’isola reinventano le categorie classiche con le quali definivano sé stessi e la propria cultura, si appropriano del brand e sottolineano l’esclusività etnica e religiosa di una discendenza induista. Pur nella contraddittoria realtà di un’isola colonizzata dalle élite polito-economiche giavanesi e dal capitale straniero, i balinesi riescono a mantenere e riformare le tradizioni artistiche e religiose che li hanno identificati per più di un millennio.
La balinesità è un asset in mano sia alla nuova borghesia, creatasi col turismo, sia ai banjar delle aree agricole. La unicità è coltivata attraverso il “turismo culturale” che vuole mostrare al mondo un complesso di cultura e natura interdipendenti e riconoscibili.
I ragazzi si muovono disinvolti all'interno di queste contraddizioni e cavalcano questi flussi di milioni di ospiti dai passi fugaci, imparando fin da piccoli a convivere con essi senza mancare di rinsaldare anno dopo anno, cerimonia dopo cerimonia, i contorni della loro traccia culturale.
Luogo ideale e significativo che sancisce il rinnovo dell’appartenenza è il rito di passaggio, che occupa con immutato trasporto, anno dopo anno declinato individualmente o in massa, la vita dei giovani balinesi.
Esempi se ne incontrano molti una volta abbandonate le caotiche vie intasate dal traffico dei vacanzieri e percorse le strade ancora verdeggianti di risaie della Bali contadina. Qui ogni villaggio è ancora addossato all'incrocio principale (il perempatan agung) fulcro dell’intreccio religioso-sociale che i balinesi si cuciono addosso. Da qui passano tutte le cerimonie rivolte agli dei, ai demoni ed agli umani.

I ragazzini di Daha Tukad, villaggio antico annidato tra le fertili colline alle pendici del grande vulcano, avvolti nei loro preziosi geringsing, tessuti seguendo antichissimi disegni indiani, si fotografano a vicenda con aria sbarazzina, sbirciando al di sopra dei loro smartphone e macchine digitali. E’ il giorno dell’abbandono dell’età dei volti lisci e innocenti per entrare a pieno titolo tra gli adulti del villaggio. I maschi, infagottati in vesti candide e marziali, il dorso coperto da mantelli variopinti, sono carichi di tensione sottolineata dall’eyeliner. Le giovani vergini, con la sensuale naturalezza di una femminilità raggiunta precocemente, schierate a spalle scoperte esibiscono sguardi languidi colmi di mascara. I due gruppi si scambiano occhiate rubate. Parecchi bambini si agitano in attesa di aprire, con il coraggio dell’innocenza, la lotta a colpi di foglie di pandano dalle spine laceranti, simbolo del rinnovo del patto di sangue che lega alla terra. Ai gesti millenari dei riti di passaggio, questi giovani adulti mescolano orpelli moderni maneggiati con consapevole noncuranza. Rimarcano la loro attualità mentre rinnovano il patto con l’antico.



A Munggu, nel cuore dell’ortodossia agricola della cintura verde di Tabanan, il velo dell’adolescenza è squarciato da squadre di giovani maschi che, con aria sorridente ma decisa, si fronteggiano muniti di fasci di alte picche di legno scortecciato. Le schermaglie iniziali a colpi di spintoni tra squadre urlanti per accaparrarsi le posizioni migliori, presto lasciano spazio alla vera prova di coraggio: scalare da soli la liscia piramide formata dalle aste affastellate. Ci vuole il giusto mix di fegato, agilità e soprattutto fiducia nella salda presa offerta dall'azione congiunta della propria squadra. Doti di cui i giovani adulti dovranno dare prova nella comune gestione delle faccende del villaggio. Alcuni adulti offrono consigli e raffreddano rapidamente animi troppo accesi. Nessuno dei giovani del circondario si sottrae alla sfida che conserva il significato millenario del rito di passaggio, ma vi partecipa con il personale e moderno segno di distinzione degli occhiali da sole e delle t-shirt con scritte che esortano a partecipare alla cerimonia (mekotekan) che accomuna.







martedì 12 aprile 2016

Il baratto a Lamalera è un affare femminile


A Lamalera il mercato del baratto si tiene con due modalità distinte: Fule e Pnete o Penete. Il fule si svolge in uno spazio dedicato e secondo una scadenza consueta, di solito una volta alla settimana. Il Penete avviene nell’ entroterra, di casa in casa, tutti i giorni esclusa la domenica.

Il Fule si svolge tra le genti della costa e quelle dell'entroterra, che si incontrano in un luogo prestabilito, esattamente come uno dei tanti mercati locali. Nella costa meridionale di Lembata lì fule è a Wulandoni il Sabato e a Lebala il Mercoledì. In questo periodo di accese discussioni tra le comunità, il fule si è spostato a Lamalera il Giovedì. Mentre il Pnete (almeno nell’area costiera di Lamalera) si svolge nelle campagne e comporta uno scambio di merci porta a porta.

Nessun abitante dell’interno può scendere verso la costa per svolgere il Pnete, perché questo commercio è assegnato tradizionalmente solo alle donne delle comunità costiere. Nell’isola di Lembata è svolto solo dalle comunità femminili di Lamalera e Ile Ape (area costiera attorno al vulcano nel nord di Lembata). Nel caso di Ile Ape il mercato fule è limitato al villaggio di Bao. 
Le donne di Lamalera, per raggiungere i villaggi dove avviene il baratto, si muovono oramai solo con mezzi moderni, gli oto, grossi camion scoperti, o i Jonson, nome generico per una barca con fuoribordo. Il costo del biglietto si paga con denaro. Poche sono le persone che vanno a piedi, come una volta.

Nell’isola vicina di Pantar, invece, solo le donne di Baranusa hanno ancora l’abitudine di andare verso l’interno a scambiare o vendere pesce. Tuttavia, perché a Pantar e Alor le località dedicate al baratto sono ancora molte, di solito si limitano allo scambio senza denaro. In alcuni luoghi, nello stesso giorno si tiene il mercato in più di una località. Le donne della costa possono portare pesce ed altri prodotti del mare in cambio di generi alimentari. Solo le donne di Lamalera scambiano kotekelema (la carne di capodoglio).
      
            Gli scambi nel fule durano 2-3 ore, di solito dalle 11 alle 13, anche se fin dalle 9 di mattina molti sono già arrivati dai villaggi vicini. Nelle isole di Alor e Pantar il mercato del baratto di solito inizia la mattina presto alle 6 e alcuni addirittura cominciano quando è ancora buio.
        Le donne che partecipano al fule, che vengano dalla costa o dall’interno, sono solitamente ragazze o giovani madri. Molte donne di Lamalera utilizzano il mercato fule del sabato a Wulandoni anche per il pnete. Arrivano la mattina presto e subito vanno di casa in casa, vicino al mercato, ad offrire pesce, sale e altri prodotti. Così, quando alle 11 inizia il fule, la maggior parte del pesce è già stata venduta.
       
          I prodotti dell’agricoltura scambiati nel fule sono un po’ diversi da quelli barattati nel pnete. A Wulandoni e Lebala le merci che provengono dall'entroterra sono per lo più banane e altra frutta, verdura e patate. Mais e riso sono provengono invece dall'entroterra (pnete e non il fule di Wulandoni). Dalle aree rurali è normale vedere le ragazze di Lamalera trasportare sacchi di mais o di riso.
      Il Pnete ha tempi più rilassati, perché le donne hanno camminato di casa in casa, incontrato i proprietari degli orti e dei campi, intavolando talvolta lunghe contrattazioni. Nel fule, oltre ai tempi stretti per le contrattazioni, c’è la competizione serrata tra venditrici vicine.  Donne di Lamalera che vendono pesce possono competere con altre dell'entroterra che vendono banane o patate dolci. La concorrenza nel fule è più stringente che nel pnete.
A Wulandoni, da quando è diventato capitale di kecamatan si respira un'atmosfera più vivace, piena di mercanti che convergono al capoluogo.
        L’atmosfera del fule è tipicamente femminile, perché è gestito per lo più da donne. I maschi intervengono nel ruolo di aiutanti, in genere autisti o accompagnatori che portano le mercanzie.

Ai giorni nostri, i mercati del baratto di Wulandoni e Lebala sono cambiati nel senso che in vendita non ci sono solo generi alimentari ma anche prodotti per la casa che si pagano con denaro a commercianti provenienti da altre zone dell’isola. Si trovano utensili da cucina, vestiti, materiale scolastico, medicine tradizionali e CD. Il denaro che compra beni per la famiglia si mescola allo scambio di prodotti agricoli e della pesca e non è raro che un acquirente acquisti qualcosa con denaro e scambi qualcos’altro con generi vari.


Il baratto rimane il mezzo principale per ottenere il kotekelema o tranci di carne di altri pesci catturati da un Tèna (la lunga barca da pesca di Lamalera).

(con lamalerakoteklema.blogspot.co.id)

mercoledì 2 marzo 2016

E se avessi trovato il paradiso?


La via per il paradiso richiede un veicolo straordinario. La moto di Mikel, nipote di pak Alfons, detto Ardi, manco a dirlo, è scassata, tenuta assieme da fil di ferro, nastro adesivo e mani del guidatore. I poggiapiedi troppo inclinati, la sella dura e le sospensioni finite rendono precaria e scomoda la vita del trasportato. Che deve, per l’appunto, entrare in uno stato di alterazione psichica per affrontare il lungo tragitto, colmo di ostacoli e insidie.
Il veicolo per il paradiso non ci abbandonerà mai, guidato da mani supremamente abili.
Sono entrato in paradiso dopo la svolta a destra, in fondo alla stradina che esce dal villaggio di Werang, passata la valletta ricolma di alti alberi di kemiri e superato un ultimo dosso.


Il paradiso è in riva al lago di Sano Nggoang, le cui acque cambiano da verde scuro a smeraldo quando il vento sposta le nubi a suo piacimento. Intorno c’è la foresta, con liane, ara, ficus giganti. Ovunque, anche dietro le poche case del villaggio, volano liberi centinaia di uccelli. Sì, ci sono anche case e persone, in paradiso, ma vivono con ritmi arcani, sciolte da ogni tensione.
Hendrik e Maria sono tra questi, in possesso delle chiavi di questo empireo, conservate avvolte nel loro grazioso e luminoso sorriso. Le offrono volentieri al viandante che si avventura fin qui con l’idea di partecipare ad una serenità che non gli appartiene più. Maria e Hendrik ti regalano una porzione di questa realtà e, per un lungo momento di intensa estasi, credi di poter lasciare il paradiso portandola con te per trapiantarla con successo là dove vivi. Ma la piantina quasi sempre muore.
Loro due, incuranti dei tuoi pensieri, usano a piene mani semplicità e sorriso, disponibilità e calore, abilità e saggezza e si presentano così ai tanti ornitologi, ricercatori e semplici viaggianti che si presentano alla loro porta.
Qui in paradiso, la casa di M & H è la più semplice ed accogliente. Hanno deciso di costruirla usando solo legni della foresta e bambù. Qui in paradiso, l’unica grande veranda è quella che corre lungo la facciata della loro casa, alta sulla strada così da arrivare alle calme acque del lago. Sotto la veranda, su sedili e panche massicci che ricordano le forme della foresta, si chiacchiera, si beve il caffè appena tostato e pestato di fresco da Maria, si leggono libri di ornitologia e di architettura. 

In paradiso si dorme su una bassa piattaforma di bambù, rialzata sul pavimento di fango. Si mangia bene, in paradiso, il riso bollito, le verdure e i pezzetti minuscoli di pollo fritto hanno un sapore diverso. Anche il peperoncino, abbondante, ha un sapore diverso. Sarà che in paradiso tutto è così sapido e pungente.
Qui in paradiso c’è un luogo, peraltro un po’ sulfureo, dove ci si lava attingendo acqua termale con tre diverse temperature.

Una serie di beringin di proporzioni colossali sorveglia la riva del lago e offre riparo a intere comunità di formiche, ragni, lucertole, tokay ed uccelli, miriadi di uccelli. Impossibile ricordare tutte le specie incontrate, ma sono molte.


Il krik krik dalla coda a punta e piume giallo arancio verdi. L’inconfondibile richiamo del watik kembang. L’oriola gialla e nera, becco affilato, volatrice irrequieta e inafferrabile. Il giallo grigio verde chiaro del piccolo kacamata wallacea. Il gracchiare lontano del gacak, il corvo di Flores.
Le larghe e nodose fronde del beringin chiamano a gran voce il viandante e lo invitano a sedersi sotto la propria ombra. Se si accetta l’invito, dopo qualche tempo inizia il coro polifonico degli abitanti alati, che incuranti dell’estraneo, riprendono l’intreccio di richiami e avvisi. Il canto fluisce ininterrotto.
Il paradiso è musica, che avvince e allontana.




lunedì 14 dicembre 2015

I villaggi di Timor occidentale


 Il Bombardier si alza leggero e silenzioso, spinto dalle turbine gemelle di coda, versione moderna delle possenti ali di Garuda, il veloce uccello sacro a Vishnu. Passano all’orizzonte i grandi vulcani e presto sfilano le azzurre alture di Sumbawa.  A bordo solo un caffè acquoso e bollente tiene lontana la scatola tristissima dello snack.
Il gigante decollato del Tambora si erge lontano sopra coorti di nuvole a fiocchi. Il profondo fiordo di Hu’u sembra una ferita aperta al centro del corpo dell’isola di Sumbawa. Lontano, verso nord, spicca la vetta tronca del Sangeang, vulcano che non cessa mai di elargire la sua materia fumante.
La pianura arida di Kupang si apre sotto di noi. Timor sfila veloce, ora al ritmo di un’auto in corsa. Ampi tratti di sterpaglie, rare boscaglie di alberelli privi di foglie. Il monsone del sudest soffia ancora caldo e secco dalle pianure australi e condiziona un clima aspro e una popolazione spigolosa e ruvida che pare nata dai rami nodosi dell’eucalipto.

Sipri, la mia guida, ha un bel sorriso ampio e sincero. Voce profonda, arrocchita dal fumo. Rughe gentili incorniciate da folti capelli scuri, con ciuffo lasciato libero. Il suo cognome, Da Silva, richiama i pochi coraggiosi portoghesi che, nel cinquecento, “scoprirono” queste terre e imposero la loro religione, i loro nomi e perfino i loro tratti. Un Topasse, come erano conosciuti i sangue misto frutto del radicamento in queste terre dei fieri portoghesi, abili nel commercio del legno di sandalo.
Attraversiamo i due grandi fiumi che scolpiscono la parte centrale di Timor, il Noelmina e il Benanain. Vasti letti sassosi che ricordano il Piave, profondi canyon tagliati nella friabile roccia sedimentaria. Poi la strade sale fino agli altopiani collinosi e brulli a ridosso della frontiera con l’est.

Temkesi – oltre la strada asfaltata si entra in una terra sospesa popolata da rifugiati da Timor Est. Hanno tagliato tutti gli eucalipti, per farne legna da ardere e da carpenteria, e ora la terra brulla e rossa rimane calcinata dal sole. Gli ultimi chilometri sono lungo i bordi arrotondati di basse colline, rivestite da una coltre di rigida peluria marrone che avvolge coriacea grossi affioramenti basaltici. Il villaggio risale al 17° secolo ed è stato fondato da un principe di etnia Biboki.  Si trova in cima ad una ripida salita rocciosa, annidato tra due pinnacoli di pietra che sembrano due guardie armate. Ci sono varie Lopo, una ampia casa del rajah, abitata solo in occasione delle grandi cerimonie per il raccolto. Ogni capanna ha davanti un bastone, che rappresenta il potere maschile.



Oelolok – in fondo ad una strada alberata, un grande palazzo di stile coloniale eretto i primi del novecento. Cadente, muri sbrecciati, giardino arso e incolto, infissi sfondati. A fianco una enorme lopo sostenuta da 9 colonne lignee, ciascuna intagliata con un proprio motivo geometrico. Il tetto, in origine rivestito di strati di foglie secche, è ora di lamiera arrugginita, il che non fa che accrescere l’aria di mesto abbandono e di lontananza da alcunché di culturale locale. Triste.

Maubesi – un paesotto lungo la strada grande. Ogni famiglia possiede più capanne, le moderne sulla strada, le tradizionali ume kebubu e lopo, più indietro. Anton Naikofi mi apre orgoglioso il suo “art shop”, l’unico negozio dove trovare oggetti di artigianato. E’ una specie di retrobottega polveroso, dove tessuti, statue, portali intagliati, maschere sono messi alla rinfusa, accostati in modo casuale a sedie, tavoli e poltrone sfondate. Ma è una grotta di Ali Babà e alcuni pezzi del tesoro sono pregevoli.

Boti – dal bivio di Niki Niki, la strada si inerpica sulle colline e abbandona presto la asfaltatura per la sua vera natura di sterrato pietroso. In cima ad una salita, sotto un albero ampio e frondoso, si appoggia un misero recinto con cancello metallico. Alcune famiglie, riunite attorno al giovane figlio di un vecchio rajah, vivono nell'ortodossia animista. In realtà, si coglie  una certa elasticità verso il compromesso, visto il generatore di corrente e la larga parabola per la televisione che stanno dietro la casa padronale. L’accoglienza del viandante si dipana secondo una cortesia rituale che non manca di lasciare il segno. Sotto l’ampia veranda, al riparo del sole che cuoce le cime delle colline, sono immediatamente serviti teh, caffè dolci e banane bollite. Il visitatore offre una modesta donazione e il sirih-pinang e, a sua volta, ne prende un pizzico per cortesia. Gli sguardi indagatori sono scambiati come i doni, avvolti da lunghi silenzi. I maschi, fratelli o cugini, si assomigliano tutti. 


Sguardi profondi come laghi di montagna, sorrisi accennati da budda risvegliati. La sensazione di pace avvolge l'intensità dell’accoglienza, solleticata dai giochi che faccio con un figlio piccolo e la macchina fotografica. Ma l’emozione fa venire le foto tutte mosse. Il bimbo ride, e gli adulti, rilassati, masticano betel. Solo la matriarca, vedova del vecchio rajah, conserva uno sguardo indagatore e severo, da patrizia.


Non permettono che si violi l’intimità delle ume kebubu, dove i riti domestici s’intrecciano ad antiche consuetudini. Nemmeno posso vedere dove tengono i preziosi gong e gli oggetti legati agli antenati, racchiusi in contenitori intrecciati e appesi al soffitto.
La volontà del rajah, di condividere alcune parti del loro vivere quotidiano, si vede nelle donne che mostrano ai visitatori l’intero processo di tessitura. Dalla cardatura del cotone, coltivato in loco, alla pre-filatura con l’archetto, alla filatura col fuso. Altre due donne sono intente alla tessitura di sciarpe. Il tutto viene messo a disposizione, in modo discreto, in un negozietto lì al lato.

Benteng None – pochi km dopo Niki Niki, si percorre un breve sentiero di terra rossa e pietre. Alcune lopo e capanne, costruite su un affioramento roccioso protetto da precipizi su tre lati e un basso muretto a secco di pietre e coralli. Le donne arrivano in fretta e mettono in mostra, sulla piattaforma di una lopo, decine di oggetti intagliati, scatole rivestite di perline, piccole maschere, bracciali di ottone e argento, fionde. Appare un uomo, trafelato, masticando betel, vestito con costume tradizionale. E’ l’ultimo discendente dei fieri cacciatori di teste della tribù Amanuban. Si presenta come “l’addetto culturale” del villaggio. Con fare deciso, spiega il significato di quello che è in realtà da secoli un fortino, un luogo dal quale gli uomini si preparavano alla battaglia con le tribù confinanti dei Mollo e dei Amenatun. Si mette in posa, orgoglioso, sguardo febbrile e carico di responsabilità, in ognuno dei luoghi specifici della spianata da cui, in modo ritualizzato, si decidevano le sorti dell’eventuale battaglia. La sua narrazione è sicura, dettagliata. Prima il consiglio del villaggio si riuniva al luogo chiamato penè a discutere quale tribù attaccare, osservando le mosse dei nemici, giù nella valle (e lui si mette a terra, gambe intrecciate, masticando lentamente). 


Poi, con un secondo incontro, nel sito chiamato ote naus, si verificava il destino dell’imminente battaglia attraverso una divinazione. Si rompeva un uovo e eventuali tracce di sangue in esso erano considerate cattivo presagio. In caso invece positivo, la seconda prova comportava verificare l’abilità fisica dei guerrieri. Gli uomini, a turno, dovevano afferrare i due estremi di un manico di lancia, il none, spinto contro un grosso palo, allungando al massimo le braccia (lui si tende all’estremo, col pollice della mano destra sfiora il palo, il volto teso nello sforzo).  Se non potevano toccare il palo con un pollice mentre con l'altra mano a coppa tenevano l’estremità opposta del bastone, avrebbero sicuramente trovato la morte. La procedura dava la previsione cruciale 'vivremo' o 'moriremo' a seguito della scorreria. In caso negativo, naturalmente, il raid veniva sospeso e si doveva ricominciare dal principio, con una nuova decisione collettiva al penè per deciderne la necessità.


L’uomo si aiuta con una lancia spuntata, spara dalle feritoie ai lati del muro con un moschetto di legno, fende l’aria minaccioso con un vero parang.  Ora sudato per la prestazione, s’infervora alle richieste di chiarimento, sputa risoluto la sua morchia vermiglia, che si confonde presto con la polvere rossastra del terreno. Esauriente, conciso, efficace.
Al tramonto, la luce esalta i toni rossi, rosa e oro della terra, delle pietre e del fogliame dei tetti. Coinvolgente, fondamentale, imperdibile.

Il popolo Dawan, a Timor Ovest, tradizionalmente costruisce tre tipi di abitazioni, chiamate Lopo le'u (casa sacra), Lopo (casa) e ume kebubu (casa rotonda). La Lopo le'u è un luogo sacro in cui sono custodite reliquie ancestrali e si tengono le cerimonie rituali. Lopo e ume kebubu sono invece i luoghi dove la gente vive, in cui si svolgono le attività di tutti i giorni, siano esse private, sociali o comuni. Mentre la ume kbubu è lo spazio più propriamente privato della famiglia, dove si cucina e si dorme, la Lopo è associato alle relazioni sociali all’interno della comunità. Questa tettoia a cupola, rivestita di paglia, ricorda un mezzo alveare. E’ sostenuta da quattro grandi tronchi d'albero che hanno, a mo’ di capitello, grandi dischi di pietra o di legno per evitare ai ratti di salire nel sottotetto. Il pavimento è una rotonda piattaforma sopraelevata di pietra e fango. La Lopo è un luogo di riparo dal gran caldo; un luogo dove tessere e scolpire, o per sedersi a chiacchierare, masticando betel. Il sottotetto è a un tempo granaio e dispensa dove raccogliere e conservare il mais raccolto, spesso assieme agli oggetti preziosi tramandati da generazioni, i tessuti, le statue degli antenati, i gioielli.