Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

lunedì 29 novembre 2010

il barbiere


Pavimento di ceramica candida, ricoperto di capelli neri. I giovani balinesi affollano le panche di legno del barbiere per essere sostanzialmente privati delle loro chiome corvine folte e dritte, ordinatamente spettinate. Escono rasati a zero e contenti, ringraziando con un timido sorriso e lasciando pochi spiccioli, separati del loro contributo al tappeto di peli che giace a terra, a mo’ di tosatura di pecore. Sotto una delle panche sta il sacchetto di plastica, già mezzo pieno, che raccoglie l’esito della tosatura, una spazzata e via. Senza che mano umana scalzi, dagli angoli del pavimento, una sporcizia che sfida il tempo.
L’ambiente è poco più di un cubicolo aperto sulla strada, con due sedie di metallo che fronteggiano due specchi sbeccati. Al centro della parete,  su un semplice ripiano, a portata di mano stanno le due cesoie elettriche e le poche forbici. Il destinato viene avvolto da un sudario blu scuro, di un poliestere lucido, che ha visto molte chiome prima di quest’ultima, scelto a caso tra quelli già usati e appesi ad un gancio. Il pettine a la forbice sono svogliatamente privati dai peli rimasti, con un pezzetto di gommapiuma celestina, che poi sarà usato per ripulire faccia e collo dai pelucchi ribelli.
 I due artisti si danno da fare, intenti, con abili colpi di pettine sdentato e piccole dosi di rasoio elettrico. Le mani, sempre sicure, agili quasi, ogni tanto esitano di fronte a capigliature forestiere, magari straordinariamente folte di riccioli anarchici. Solo allora il rasoio, abituato a zazzere ordinate e diritte,  come boschetti di bambù, esita impigliandosi in capelli ritorti come una giungla.

L’unico ventilatore funzionante sposta aria calda e ciuffi di peli sottili da una parte all’altra della stanza, inseguendo poche mosche pigre. Chi sta in attesa forma un confine netto tra il riverbero del sole lì fuori e i pochi spazi all’ombra. I giornali locali, sparsi in varie tranche tra le panche e per terra, sparano i loro titoloni “Parla il più famoso collezionista di kris di Bali”, “l’Inter affronta il Parma senza Eto’o”. Una radio suona canzoni melodiche, interrotte solo da notizie sul cambio della rupia. La strada sparge il suo frastuono contenuto, siamo in una via secondaria, a Seminyak. L’atmosfera è silenziosa ma non rilassata e le occhiate nervose si spandono nell’aria calda e ti s’appiccicano addosso. Pochi clienti si lanciano in battute scherzose per stemperare l’attesa del rasoio che, immancabile, taglia con precisione chirurgica i contorni dell’acconciatura finale. Senz’acqua, senza affilatura, su una pelle appena ammorbidita da una spennellata di una saponetta umida e biancastra, intrisa di corti pelini neri. Bianco e nero. Il dualismo balinese (bene-male?) mi insegue anche dentro l’antro del barbiere.

martedì 23 novembre 2010

Sorriso 1

A Bali siamo circondati dal sorriso, che in indonesiano si dice senyum e suona per noi come un segno nel volto. Gli asiatici sono portati al sorriso, a dipingere le loro facce con i denti scoperti che spiccano decisi sulla pelle scura. Ma è vero, o è sempre così?

Dopo anni di risposte certamente positive a questa domanda, la frequentazione più assidua insinua dei dubbi, costruisce distinguo e arriva ad incrinare certezze. Ecco un bel terreno minato di svarioni, pronti ad esplodere come bombe sotto i piedi dell’osservatore incauto, frettoloso nel giudizio e magari incerto nella direzione da dare al ragionamento.

Comincio coll’indossare una bella corazza: amo sinceramente ogni sorriso che si manifesta sul viso di chi mi circonda, specie qui a Bali. Alleggerisce la tensione che lo straniero prova e rappresenta un ponte sincero e saldo tra due diversità. Un punto fermo. In questo esercizio di socialità i Balinesi sono maestri, sempre pronti a ridere in ogni situazione, come fosse una bianca mano tesa ad aiutare la comunicazione. Ma… Dopo aver constatato che le facce rispecchiano, qui come altrove, la preoccupazione di vivere, l’ansia di un salario incerto e insufficiente, la fretta delle responsabilità che incatenano, ecco che la domanda si pone da sé: è sempre un sorriso sincero? E’ comunque un tratto nativo innato o è divenuto una maschera, un orpello, un accessorio che s’è appreso ad indossare a seconda delle circostanze?

Come si spiega il sorriso che lampeggia sui volti dei passanti dopo un incidente stradale? E quello sul volto del cameriere che ti fa cadere addosso un’intera pietanza sugosa? E quello del sarto che ha sbagliato i calcoli e ti presenta un conto il doppio del pattuito? E che dire della donna in moto che s’immette d’improvviso contromano davanti a te e ti obbliga ad una frenata e schivata pericolosissime? Forse che il suo sorriso smagliante, prontamente indossato, è sufficiente a diluire la tua rabbiosa reazione? E’ il loro modo innocente (o studiato) per farsi perdonare ogni nefandezza ai danni del codice della strada? Oppure è un mezzo sufficientemente simpatico per far digerire allo straniero la totale assenza di un codice di leggi che proteggano l’incolumità altrui?

martedì 16 novembre 2010

spiaggia

Una lunga spiaggia bianca che guarda ad oriente. Venerdì mattina. Pochi stranieri diluiti tra sdraio e ombrelloni, allineati in un’unica fila, bianchi su bianco. Il sole già alto è pronto a scottare la pelle nuda. L’acqua è cristallina, poche alghe verde brillante disegnano il fondo granuloso. Al largo si scorge netta la striscia candida e schiumosa che le onde tracciano al limite della barriera corallina. Da qui a là, la laguna è una coperta smeraldina, appena mossa dal vento. Più a sud, dove la rena s’arresta di fronte agli alberi, si agitano pigre le canoe dei coltivatori di alghe.

Corpi pallidi, presto arrossati dal riverbero, distesi a leggere, chiacchierare. Un succo fresco di mango, un sarong offerto da una timida ambulante, un gruppetto di ragazze in divisa che pulisce la spiaggia. Alle spalle risuona secco il richiamo di un martin pescatore. Lo smeraldo liquido offre un breve refrigerio, ma galleggiare qui è una lunga, languida e setosa carezza. Tutto è lento, torpido, anche il libro è pesante tra le mani e resta inascoltato sul tavolino. Il respiro si ritma con la risacca, tenue e appena percettibile. Il pensiero segue curioso le movenze voluttuose di questo meriggio tra i granelli di sabbia.

il sacrificio




Giorno di festa. Festa grande per i popoli dell’islam. E’ in ricordo commosso di un sacrificio quasi impronunciabile, di un padre capace di immolare il proprio figlio sull’altare di un ideale. Che suona pericolosamente vicino a idolo.
La prima chiamata alla preghiera si sente appena, nella Bali indù. La formula millenaria rimbalza timida tra le basse case, i ristoranti ancora vuoti, gli hotel.
Famiglie intere, vestiti eleganti, sciamano dai pochi quartieri musulmani verso la moschea, per la preghiera delle 9. Le donne, sedute dietro nel motorino, si salutano tenendo in equilibrio uno o due bimbetti, protetti dal sole con una sciarpa batik. I mariti, in sarong e zuccotto, guidano, fumano e indirizzano cenni agli amici. Per strada si mescolano ad altre famiglie, ora indù, che si recano, sempre in moto, ad altre cerimonie, sarong e camicia candidi i maschi, blusa di pizzo e sarong coloratissimi le signore.
In un quartiere popolare del villaggio di Tuban, un gruppo di abitanti ha appena iniziato il sacrificio rituale. Come ogni anno vicini, parenti ed amici si riuniscono e si suddividono alcuni capi di bestiame, acquistati dai membri più facoltosi della comunità e abbattuti sul posto.
Pak Rahman mi invita ad assistere a quella che sembra una festosa macelleria all’aperto. Laggiù c’è il buco nel terreno dove s’è consumata la fase più cruenta. Dopo, un po’ di terra toglierà dagli occhi di tutti il rosso prodotto della macellazione e lo suggellerà in un grembo sotterraneo. Ogni famiglia, bisbiglia Rahman, riceve un sacchetto con 4 once di carne mista, più un po’ di frattaglie e qualche osso. A tutti la stessa quantità che, opportunamente diluita in un ricco stufato sugoso (chiamato gule kambing), sarà l’abbondante pasto della festa.

Ora, sotto i tendoni celesti, giovani muscolosi si danno da fare con asce e coltelli, la carne appoggiata a semplici assi di legno. Le donne passano con acqua, teh e riso cotto in foglia di banano. La vista della macchina fotografica accende l’atmosfera e tutti vogliono essere ripresi. Alcuni ghignano tra grossi tocchi polposi. Altri brandiscono crani con enormi corna. Urla, schiamazzi, hellomister. Prevale la piega gaudente al preciso confezionamento dei pacchi, nonostante la rossa materialità dei corpi smembrati. Il pensiero del pasto imminente alimenta la burla e lo sberleffo. Rahman mi indica il più scatenato, quello col cartello con scritto “capra n°1”, è il matto, sospira.
Il quartiere è un miscuglio di etnie da ogni parte dell’Indonesia, continua Rahman, e tutti gli abitanti, oggi, danno una mano, anche se appartengono a fedi diverse. L’imam, arrivato da poco, si avvicina per un saluto di benvenuto e si augura di vedermi alla moschea l’anno prossimo.
Tra queste casupole, al margine di un sentiero sconnesso, si respira forte il senso del sacrificio condiviso, declinato in una convivenza pacifica e solidale, condita con carne halal.

sabato 13 novembre 2010

il piatto nazionale

Barack Obama visse bambino in un sobborgo di Jakarta, per quattro anni. Anni di giochi, scuola pubblica e cibo di strada. Il piccolo Barry si sbafava, come tutti i suoi coetanei, scodelle di bakso e cartocci di satay. Sapori indonesiani che gli sono rimasti inevitabilmente nella memoria. In occasione del recente passaggio ufficiale in Indonesia, ha voluto ritagliarsi un momento di vera rimpatriata chiedendo di provare gli stessi sapori speziati che gli ricordano la sua infanzia sundanese. Ma lo zelo dei suoi attaché è stato tale che al menù popolare, a base di vermicelli in brodo con palline di tofu e carne e spiedini di carne arrostita, è stato incluso il nasi goreng (non richiesto dal “Bapak Presiden”).
Peccato di ignoranza che ha immediatamente suscitato un simpatico intermezzo didattico nazional-culinario tra i commentatori di fatti di costume. Il riso fritto, infatti non è il piatto nazionale indonesiano, almeno servito a pranzo o a cena. 

La cuoca bibi Das, esperta in queste faccende, mi svela le regole ferree del nasi goreng.
Innanzi tutto, è un piatto servito rigorosamente solo a colazione, mai a pranzo o a cena. E’ a base di riso e carni (di pollo o di vitello) avanzati la sera prima, eventualmente integrati con pomodoro, scalogno e peperoncino. In questa versione popolare lo si intuisce simile a molte colazioni “povere” proposte da genti diverse di altre nazioni. Quante pietanze sono “ripassate” in padella, o ribollite o rifritte. L’uovo all’occhio, poi, è facoltativo e il nasi goreng, così arricchito, diventa istimewa, speciale. Infine mai e poi mai si troveranno spiedini di carne, che sono un’aggiunta fatta ad arte per rendere il tutto più appetibile al turista.
Conscio di aver seguito la regola, ed aver spesso riempito la pancia a colazione con un piattone di riso ripassato, accetto con un cenno di complicità le spiegazioni della zietta e mi avvento su una scodella di bakso fumante. E’ ora di pranzo, mister Presiden.
(ispirazione: The Jakarta Post)
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