Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

lunedì 24 febbraio 2020

Paronobaroro, una comunità in mezzo alle tombe


    

Il villaggio e le sue tombe da una parte, il mare smeraldo e la striscia candida di sabbia dall’altra. In mezzo il campo della Pasola Homba Kalayo, la “piccola” pasola.

     Le case, o uma manara, hanno i tetti alti dei clan più nobili. I loro piloni centrali sono ricavati da enormi tronchi della foresta, ora domati a lisce colonne ricoperte di decorazioni geometriche.

     Octavianus fa gli onori di casa e mi invita a sedere nella veranda esterna, quella dei viandanti. Dove vieni, quanti figli hai, la moglie è indonesiana? Il discorso si fa interessante quando Octavianus mostra un atteggiamento piuttosto moderno verso la contraccezione. Rimane però inflessibilmente stupito all’annuncio della mancanza di figli.

     Lo scemo del villaggio, dileggiato da tutti, mi sequestra con la speranza di ottenere qualche spicciolo. Firmo il libro degli ospiti e, solo dopo aver lasciato la giusta donazione, ho il permesso di fotografare. Passo un po’ di tempo seduto ala veranda di un’altra casa, piena di gente e di fumo del focolare. I giovanotti si alternano nel chiedere sigarette o soldi, le bocche carminio per il betel masticato continuamente. Un tizio passa il suo coltello a uno della casa, che a sua volta me lo offre per 150 euro. Il fodero è intagliato con un motivo floreale, l’elsa è un coccodrillo accovacciato, la lunga coda avvolta attorno al corpo squamato, il manico d’osso di bufalo è una figura umana che sembra a cavalcioni del rettile. Al mio disinteresse l’uomo sussurra “40 euro..”.


     Lascio perdere, mi prende la solita ritrosia, penso svogliatamente alla difficoltà a trasportarlo, alla probabile disapprovazione e anche questa occasione sfuma.

     La Pasola Homba Kalayo è un po’ fiacca: una ventina di cavalieri, alcuni con gli alti pennacchi verdi e arancio a cingere il capo a mo’ di alte corone. I due rato pasola, gli anziani che sovrintendono alla cerimonia, accompagnati dal kuda nyale, la coppia cavallo/cavaliere simbolo del matrimonio tra animale e uomo, entrano nel campo e, rivolti al pubblico, pronunciano cantando le rime che definiscono il rituale, così come tramandato dagli antenati, i Marapu. La folla risponde con grida d’approvazione, ovazioni e incitamenti. Poi, al centro del campo, attorniati dai contendenti come in un ring, gli anziani ripetono le regole di ingaggio e danno ufficialmente inizio alla tenzone.


     Nella calura sempre più opprimente i lunghi bastoni appuntiti sembrano restii a centrare il bersaglio. La battaglia, svogliata, è perlopiù una serie di cadute da cavallo, schivate, animali nervosi, sgroppate auto celebrative, urla, sfide deridenti, animali nervosi e scalcianti.

     Lì vicino la foce del fiume e le corte strisce di sabbia tra le rocce frastagliate offrono scorci magnifici. Lungo la spiaggia corre una stradina di sabbia che arriva fino all’insenatura su cui si affaccia il villaggio di Pero. Da lì si risale all’interno e, dalla cima di una bassa collina, si vede Paronobaroro e il campo della Pasola. Da un punto di vista così poco sopraelevato l’azione appare in una prospettiva schiacciata tra le ali della folla, bidimensionale. I cavalieri si muovono come su un binario, sotto il sole di mezzogiorno.

      

Il sole è un muro di fuoco che spinge verso il chiuso della stanza. Anche la doccia ripetuta non è sufficiente a scacciare la calura, la testa resta pesante, il sudore sgorga lento e inzuppa i vestiti, il fazzoletto assume un odore acre. La spossatezza scivola in un sonno incerto, in un letto rovente dove anche la zanzariera brucia di fiamme invisibili.

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