Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

giovedì 28 febbraio 2013

Flores Centrale: il simbolismo e l’estetica sociale Ngada



                Il villaggio è chiamato nua ed è l’insieme omogeneo di più entità sociali o clan, chiamati Woé. Ogni woé discende da coppie di antenati i cui simboli sono ngadhu e bhaga. Ad ogni coppia di ngadhu e bhaga corrisponde una coppia di case dette rispettivamente, sa’o pu’u e sa’o lobo. Sul colmo dei tetti di queste case stanno delle effigi che ne facilitano immediatamente l’identificazione: una casetta in miniatura, o ana ié, e una figurina umana stilizzata, o ata. La coppia di simulacri ancestrali ngadhu/bhaga segue una simbologia di genere evidente con il palo coperto da un ombrello di foglie e una punta rivestita di fibre di palma il primo, e una casetta la seconda.

                La casa Ngada è formata da uno spazio chiuso ad esclusivo uso della famiglia e parenti, la oné sa’o, in cui vi sono zone dove siedono i maschi influenti (mosa laki) e le femmine con i figli (papa bhoko), oltre ad uno spazio chiuso che è zona esclusiva femminile, il focolare o lapu (con le tre pietre per cucinare, lika).
A questa camera interna si accede attraverso una soglia chiusa da una porta scorrevole e protetta da un pannello sagomato in modo da rappresentare l’organo riproduttivo femminile, o tolo péna. La facciata di questa camera e il pannello frontale sono le parti più estesamente decorate. Davanti alla oné sa’o c’è una veranda spaziosa, la teda on’è, che può essere sia chiusa da pannelli che completamente aperta. Qui i famigliari vivono per la più parte del tempo. Davanti ad essa c’è un’altra veranda aperta dove si fermano e si intrattengono gli ospiti, la téda Wewa. A questa veranda esterna si accede dal terreno antistante per mezzo di un gradone largo quanto la facciata della casa, il ture sa’o. Anche il fronte di questo gradone viene spesso istoriato ed abbellito con disegni geometrici e di animali, spesso cavalli simmetrici, con in groppa un cavaliere armato di lancia, e, al centro in corrispondenza dell’asse di simmetria, un palco di bufalo.

                Ogni ngadhu possiede due ramificazioni e tre radici. Le due ramificazioni stanno come braccia spalancate e racchiudono un volto con orecchie tonde. Sono il simbolo del dio ancestrale che tutto vede e veglia dall’estremità lobo del cosmo. Il palo, completamente intagliato con il simbolo detto légé neka, delle spirali senza fine, è diviso in tre sezioni sovrapposte che rappresentano le tre caste in cui è divisa la società ngada: ga’é meze, l’elite, ga’é kisa, le persone comuni e azi ana, gli schiavi. Con l’avvento del cattolicesimo, le tre sezioni rappresentano la trinità. Spesso il palo è rivestito interamente con strati su strati di una sostanza che sembra catrame, nera e rugosa. In realtà è sangue sacrificale di bufalo mescolato alla terra in cui il palo è infisso e alle ceneri del focolare interno alla casa.  Le tre radici invece sono associate a tre animali, la cui presenza nel villaggio è il fondamento della sopravvivenza stessa degli ngada: il pollo, il maiale e il cane. In occasione della messa dimora di un nuovo ngadhu, i tre animali sono legati ad una specifica “radice”ed interrati vivi. La radice rivolta ad est ha legato un pollo rosso, quella a nord ovest (barat laut) un maiale dal pelo rosso e quella a sud ovest (barat daya) un cane dal pelo rosso. La buca di interramento viene riempita sul fondo con riso rosso misto a pietre e pula di riso e, più su, solo pietre e pula.
                Quando il nuovo ngadhu deve entrare nel villaggio questo avviene in modo rituale, sottoforma di una penetrazione simbolica di un determinato clan o woé. Lo ngadhu è trasportato da un gruppo di uomini entro una gabbia di bambù, adagiato in orizzontale. La parte pu’ù, delle tre radici, è quella che entra per prima, è il tronco, l’origine e si riferisce all’idea che la donna è la genesi di tutto il clan, il suo corpo da la vita. Seconda entra la parte lobo con i due rami, la punta, l’apice, la progenie. Seduti a cavallo del palo, sopra le corrispondenti estremità, stanno i due anziani capi famiglia delle due parti del woé interessato alla cerimonia. In tal modo si rappresenta una fecondazione del villaggio, una iniezione di spirito nuovo, di nuove genti, di nuovi propostiti condivisi. Allo stesso tempo si certifica e si tramanda la divisione tradizionale del woé in pu’ù e lobo, due facce della stessa medaglia, ognuna indispensabile all’altra.

                La casa sa’o meze è il centro di ogni gruppo di consanguinei e, occasionalmente, componenti reclutati all’esterno. E’ il loro luogo sacro sia come vero e proprio altare ancestrale sia come luogo di riunione. E’ l’entità collettiva più rilevante, economicamente e ritualmente, della società ngada. I membri di una sa’o meze coltivano la loro terra, dividono il raccolto, condividono la responsabilità di raccogliere fondi e animali per matrimoni, funerali, nuove case, l’educazione dei figli. In alcune di queste occasioni, quelle rituali, sono aiutati dai legami con gli altri woé del villaggio e di villaggi vicini, che portano animali per il sacrificio in modo ufficiale e ben definito. Tanto che il capofamiglia tiene una contabilità di chi e quando ha portato cosa e in ogni momento, osservando le mascelle di maiale, capra e bufalo e le corna di bufalo appese sotto la tettoia della veranda esterna, egli può dire quali woé hanno legami col proprio e di quale entità.

Flores centrale: arrivo alla terra degli Ngada



                Gli autisti di travel si giocano la paga del giorno a carte. Seduti sotto una tettoia di legno e bambù in riva al mare, le auto giacciono scomposte intorno a loro, cariche di decalcomanie ma prive di passeggeri. Sembra proprio che stiano in qualche modo marinando il lavoro. Nessuno si schioda di lì e non resta che proseguire in autobus. Un affare colorato fuori quanto decrepito e sfasciato all’interno. Sedili come dopo il passaggio di unghiate di orso, il motore anteriore che butta il caldo verso i passeggeri, costretti, anche per questo, a tenere i finestrini spalancati e a far entrare vento e pioggia.
                La strada costiera, larga e asfaltata di recente, mette un po’ a disagio. Ma basta lasciare la costiera e salire le prime colline che la pioggia scava i suoi segni evidenti sulla carreggiata. Ecco la vecchia Trans-Flores, popolata di massi giganti che si staccano da fragili pendii fangosi e deforestati. Cascate d’acqua si riversano sull’asfalto e scavano canali profondi. Buche ovunque piene d’acqua e dappertutto uno strato di fango viscido e infido.
                Ai lati scorre il verde brillante di Flores, che si apre in risaie terrazzate alla balinese o macchie oscure di bambù e palme da olio. La strada ora si trasforma in un unico cantiere, scavatrici e rulli compressori, camion carichi di terra e autobotti che portano il catrame, operai accampati alla meglio ai lati della strada, sotto fogli di plastica. Autobotti trasportano benzina dai depositi sul mare su fino ai villaggi delle montagne e degli altipiani. Le chiese sono meglio costruite e rifinite di quelle di Sumba, che spesso non hanno nemmeno il tetto. Si percepisce un benessere diffuso nell’orgoglio mostrato dalle architetture sacre delle comunità cattoliche. A Boawae un’alta figura dipinta su un muro con vividi colori segna la parrocchia di S. Francesco Saverio. Scuole cattoliche sorgono in ogni borgo, in una profusione di tetti di lamiera che lasciano ruscellare l’acqua a terra senza rattenerla. I volti sono inconfondibilmente aborigeni, scuri con capelli ricci. Il sorriso così si staglia più luminoso, lampeggiante.

                A sera risuona il tintinnare del venditore di bakso, una ciotola di ceramica fatta risuonare col cucchiaio. Il carretto ha un calderone col brodo fumante e nelle minuscole vetrine lascia vedere spaghettini, palline di tofu e verdure. Una zuppa calda è il contorno ideale per il clima frizzante dei 1100 m di Bajawa.

                Johannes ha il volto scavato del montanaro, corpo minuto infagottato in un’enorme giaccone a vento, tre taglie più grande, di sicuro il regalo di una grosso cliente europeo o australiano. Il sorriso gli esplode in faccia come un sasso gettato in uno stagno, la pelle si arriccia attorno alla bocca aperta in cerchi concentrici, i denti si proiettano in fuori senza timidezza. Parla piano da vero uomo dell’altopiano, di casta nobile, i ga’è meze, abituato a comporre le discussioni e a pronunciare discorsi di saggezza. Scandisce le parole con lo straniero che si sforza di parlare la sua lingua. Vive con moglie e 4 figli e si destreggia tra usi e costumi Ngada forte di un sapere atavico e anni di studi antropologici a Yogyakarta.

                La pioggerella non si ferma. La strada che porta al mare e al paesotto di Aimere è asfaltata da poco e guidare la moto è un piacere, nonostante il timore di scivolare sul bagnato. Subito sotto Bajawa iniziano i boschi di bambù e  di palme immersi in una foresta rigogliosa. Il panorama è mozzafiato. A ovest le pendici e l’alto cono perfetto del vulcano Inerie. La pioggia ha modellato profondi canaloni che incidono come unghiate i suoi fianchi ricoperti di una bassa vegetazione vellutata. Sembra un pezzo di Scozia. Sono le colline di Watu Narinoto da dove i criminali venivano gettati nell’orrido, approfittando in modo spiccio delle impervie e intonse profondità.
                A sud c’è il mare, una lunga baia delimitata da una montagna che scende fino all’acqua. Al centro della baia Aimere, file di banchetti con pesce fresco, qualche ufficio pubblico, scuole cattoliche, un collegio con l’architettura alpina. C’è anche il bancomat.

sabato 26 gennaio 2013

Pis bolong, le monete di Bali




Si trovano ovunque, nel fango dopo un acquazzone, tra i resti delle offerte di fiori e incenso, incrostate in un asfalto approssimativo, appese a gruppi attorno a figurine votive nei templi. Sono le vecchie monete cinesi che a Bali sono state per secoli usate come valuta locale. Il loro nome originale, kepeng, è stato plasmato dai Balinesi in pis bolong, per dar risalto al foro centrale, il bolong, rispetto al conio pieno in rame che lo attornia. Pieno e vuoto, tangibile e intangibile, sekala e niskala, ancora opposti che s’incontrano tra le mani degli isolani. Un pieno di valore che ruota attorno ad un vuoto. L’origine cinese si intuisce dagli ideogrammi che incidono il disco metallico.

Nonostante i tempi dei colonizzatori olandesi siano passati, e con loro il monopolio del commercio del rame, il pis bolong continua a valere 250 rupie, circa 2 centesimi di euro, sebbene siano monete fuori corso. E’ impiegato ancora largamente nelle occasioni cerimoniali, incarnando nella sua crosta turchina ossidata cinque dei nove elementi dell’universo balinese: pertiwi (terra/sostanza solida), apah (acqua/sostanza fluida), teja (fuoco/luce/calore), bayu (aria), e akasa (spazio/etere). E’ come panca dathu che il pis bolong è usato nelle offerte cerimoniali in tutta l’isola.

Quando si deve costruire un edificio, si deve riempirne lo spazio con i cinque elementi del panca dathu. Quando l’edifico è completato va fatto “vivere” di vita autonoma con una cerimonia apposita, uripanga, ricca di offerte. Sopra ognuna di queste, adagiato sulla manciata di cinque fiori e erbe che simboleggiano gli dei principali del cosmo (Pancadewata, Brahma, Wisnu, Iswara, Mahadewa e Siwa) deve fare bella mostra di sé un kepeng, che in effetti renda sacra (sari) l’offerta stessa (canang). In tal modo l’equilibrio, tanto caro ai Balinesi, viene mantenuto anche simbolicamente tra il materiale (pieno) e lo spirituale (vuoto).


Anche se oggigiorno monete da 500 rupie rimpiazzano il più affascinante conio cinese, il valore esoterico del kepeng rimane. Una collana di kepeng cinge la bottiglia di acqua sacra o tirta, un bracciale di kepeng protegge gli infanti dall’influenza di spiriti malvagi. Viene perfino gettato a manciate lungo il percorso del corteo funebre durante una cremazione, a rammentare a tutti che la ricchezza ti accompagna solo fino alla morte e solo il proprio karma ci accompagna oltre.
Quando si visita un prete o un guaritore si usa porgere un’offerta, il pejati,  “nobilitata” da qualche kepeng. E’ più una forma di rispetto che un valore dato all’opera di guarigione. In realtà quando ho avuto bisogno di un terapista tradizionale, mi è stato detto di sostituire al kepeng alcune decine di migliaia di rupie, non una grande somma ma abbastanza per conservare il carattere simbolico e rispettoso dell’offerta.

A coronamento del significato simbolico del kepeng stanno le figurine votive del dio Batara Sedana costruite intessendo tra loro centinaia di monete.  Batara è il dio della ricchezza ed è marito, non a caso, di Dewi Sri, dea dell’agricoltura. Questi due dei hanno altari in ogni tempio domestico di ogni famiglia balinese, a costante memento che riso e benessere vanno a braccetto.


martedì 13 novembre 2012

Alor, i giardini di corallo



un viaggio fatto qualche anno fa ma che mi evoca ancora emozione.

Sbucato dalle nuvole sopra le isole di Ternate e Buaya, il Fokker 50 turboelica compie una stretta virata a destra e sorvola la Testa d'Uccello, prima di tuffarsi bruscamente ed atterrare all'aeroporto semi deserto di Mali.

Siamo ad Alor, estremità orientale delle Nusa Tenggara Timur, la catena di isole ad est di Bali (v. box a lato). Alor è un'isola di grandi bellezze naturali e straordinario interesse antropologico. Il viaggio che ho intrapreso mi permetterà di scoprire scenari sottomarini incontaminati, popolati da miriadi di organismi tra i più diversi, peculiari e bizzarri. Una breve escursione all'interno darà modo di  osservare le produzioni agricole tradizionali, le case ancestrali e, al museo della capitale Kalabahi, oggetti di grande valore storico ed etnografico.

All'arrivo affittiamo un bemo rosso vivo, decorato dentro e fuori con scritte e forme gaie e bizzarre, che ci porta lentamente prima a Kalabahi, la capitale, e poi ad ovest fino al villaggio costiero di Alor Kecil. Qui una piroga a bilanciere ci sbarca sull'isoletta di Kepa, superando un corto braccio di mare reso insidioso da correnti di marea impetuose. In un angolo di Kepa si trovano diving center e homestay dove risiederemo durante il nostro breve soggiorno: un angolo di paradiso...a buon mercato (v. a lato i dettagli logistici). Kepa è non solo punto di partenza per escursioni subacquee di stupefacente bellezza, ma offre anche una serie di incantevoli spiagge di un nitore corallino, popolate solo da una discreta presenza di pescatori locali. Dalle spiagge si possono fare escursioni a nuoto fino ad una bassa area corallina o, facendo attenzione alla corrente, ad una brusca discesa di coralli, comoda platea per lo spettacolare passaggio di squali, tartarughe, mante e carangidi.

A Kepa s'assimila senza fatica l'atmosfera rilassata, semplice e cordiale che permea il luogo e i suoi abitanti. Gli alloggi sono semplici, quasi monastici, ma ben distribuiti lungo una bassa scogliera sul mare, con viste su un mare di tranquilla bellezza, vulcani lontani contornati di candide nubi, barche di pescatori che incrociano lungo l'orlo della barriera corallina. Chaise longue e amaca sono molto adatte alle lunghe ore d'ozio, lettura, scrittura o semplice fluire di pensieri, dopo il tempo dedicato alle immersioni o al nuoto.
 
Il bagliore, giallo e nitido, di un lume a petrolio ondeggia al limite della bassa marea. Due sagome scure, a malapena abbozzate dalla luce, si muovono silenziose e sicure tra i coralli affioranti. Il silenzio, fatto di suoni lievi, s'intreccia con i brevi richiami degli uomini. Echi di tuoni rimbalzano tra le isole. Il quieto richiamo del venerdì sera si scioglie sull'acqua, portato da una brezza che mescola a sé il pungente profumo di alghe bagnate.



Foreste di corallo

Scendiamo lentamente nell'azzurro liquido, verso ombre indistinte là in basso; poi, come girato un angolo o attraversato uno schermo, una sorta di armadio di Narnia, si apre alla vista un mondo incantato ed estraneo.

I raggi di sole che passano il sipario blu creano un'esplosione di forme di vita dalle infinite variazioni. La mente porta a cercare analogie con luoghi più noti e frequentati per non essere sopraffatta dal carattere francamente alieno di quello che ci circonda. E allora si attraversano foreste di corallo, praterie di anemoni, scarpate e valli profonde popolate di spugne giganti. I coralli a ventaglio sembrano larghe fronde ombrose che, invece che uccelli, ospitano e proteggono una miriade di pesci dai mille colori. Gli incontri, in questa giungla acquatica brulicante di vita, sono tanti ma, quel che più colpisce, è la visione d'insieme dell'ecosistema sottomarino, con le complesse relazioni tra organismi che lo declinano.
Il bagliore solare colpisce il fondo e incendia la distesa di anemoni di giallo, arancio, verde, marrone e tutte le possibili sfumature. I tentacoli sono fili d'erba che ondeggiano alla corrente, percorsi da pesci pagliaccio colorati.
Mimetismo e commensalismo regnano sovrani, a sancire la sovrabbondanza di spazi, stili di vita, tinte: una teoria senza fine di sovrapposizioni, di imitazioni, di appropriazione di corpi e forme altrui. Un aggrovigliarsi di destini che non lottano ma s'intrecciano nel possesso dello spazio e del cibo. Mors tua vita mea, l'imperativo di Gaia, emerge a forgiare linee di esistenza interdipendenti: un insegnamento assoluto.
Cattura, stringe a sé, abbraccia e poi seduce, ammalia fino a stordire, fino a desiderare di restare per sempre lì sotto ad ammirare, a perdersi nei meandri colorati e ipnotici.


Tour della 'Testa d'Uccello'

L'altopiano piatto 'testa d'uccello’ (kepala burung) forma una penisola che si connette col resto di Alor mediante un istmo. Una stretta strada, quasi sempre asfaltata, contorna la penisola: solo un piccolo pezzo della costa settentrionale, tra Bota e Batuputih, non è raggiungibile, per le ripide, bianche falesie che la fiancheggiano. Il periplo della testa d'uccello offre uno scorcio interessante di Alor, delle sue coste frastagliate, spiagge candide, campi di mais punteggiati da granai su palafitte, genti di pronta cordialità.
Mali, alla punta nordest dell'altopiano, oltre all'aeroporto, offre  belle spiagge dove nuotare e fare  snorkeling. A marea bassa una lingua di sabbia connette il 'continente' con la piccola isola di Sika, un luogo ricco di avifauna e di spiagge con acque limpide.
Affittato un motorino, si percorre la strada costiera verso nord ovest, da Alor Kecil fino a Kokar, tra palmizi e rade mangrovie. Un ponte è crollato per una breve e violenta inondazione, e il guado obbligato, tra grosse pietre ed acqua ruscellante, offre un primo guizzo d'avventura. A Kokar la strada s'inerpica verso le colline e diventa sempre più accidentata. Passiamo orti, campi di mais e bassi boschetti. Sull'altopiano la vista si apre su profonde vallate tra le cime, attorno cespugli intricati, siepi di convolvoli rosso fuoco ed erbe, che spesso si protendono a sbarrare il passo.
Nei villaggi poche case e pochissima gente in giro. I radi incontri ci avvicinano ad un popolo di grande comunicativa, pronto al saluto, anche se fuggevole, verso lo straniero che attraversa rapido i loro territori. Sempre un sorriso, spesso una mano levata, talvolta perfino un inchino. Il sorriso facilita la comunicazione, s'installa spontaneo e senza equivoci sui volti di questi contadini, là dove lingue tanto diverse coesistono.

Alor è un paradiso per l'etnolinguista, giacché qui sono parlati più di quindici lingue diverse, la gran parte del ceppo papuano, oltre all'Alorese, che è una lingua del ceppo malese-polinesiano.
La discesa verso Batuputih rivela una costa appoggiata a bianche pareti calcaree, che spesso giungono, a blocchi spezzati, fino in riva al mare. A Mali la strada, passato l'aeroporto, si snoda veloce quasi a lambire le lunghe spiagge di sabbia bianca, meta di villeggianti nel fine settimana.

La pioggia m'impedisce di raggiungere Monbang e Takpala, villaggi con alcune case tradizionali (rumah lopo) e dove si possono ancora osservare gli aloresi, vestiti con sarong dai motivi peculiari, ballare in cerchi stretti la danza lego-lego o i fieri guerrieri duellare protetti da alti scudi di legno.
La parte centrale della penisola, su un'altitudine di 700 metri è ricoperta da una foresta di kenari, la noce principale prodotto di esportazione di Alor, seguito dal tamarindo, anch'esso raccolto in questa area. Copra, chiodi di garofano, vaniglia e noce di areka sono coltivati nell'entroterra.

Kalabahi

Kalabahi è percorsa da un'unica grande arteria, sulla quale si affacciano gli edifici governativi e innumerevoli bazaar gestiti da cinesi. Qui si vende di tutto, dai calzini per neonati alle tubazioni in PVC, dalle taniche di plastica ai dolciumi. Sono antri scuri e misteriosi, con le merci ammucchiate ovunque e appese come festoni. Il proprietario cinese, da vero signore feudale, siede in posizione rialzata e centrale, da dove vede ogni angolo del negozio, anche il più buio, e controlla, indirizza, coordina e incassa, impassibile. Facce tonde, occhi ridotti a sottili fessure, scrutinano ogni cliente e soppesano in anticipo la propensione alla spesa.
Giovani uomini, in piedi o accosciati, stazionano davanti a questi negozi, al mercato, al porto. Facce scure, lineamenti negroidi, capelli crespi: emergono forti i tratti papuasici. E così si scopre che un sorriso, in questa parte dell'Arcipelago, illumina ancor di più i volti.
Il curatore apre solo per noi il museo, contenuto in un unico stanzone. Oltre ad un'interessante collezione di tamburi Moko, sono esposti alcuni begli ikat provenienti dai centri principali di tessitura (Alor Kecil, Ternate, Pura) e una congerie di strumenti d'uso agricolo e domestico, monili con conchiglie, acconciature, scudi di cuoio, fino ad alcune grosse scatole cinesi rivestite di pelle, adornate con cipree e dipinte con varie tonalità di rosso. I tamburi di bronzo, i Moko, sono parte dell'affascinante storia di quest'isola. Hanno la loro origine nell'area  Dongson, l'attuale Nord - Vietnam, e sono stati da almeno 2000 anni oggetto di commercio e collezione in Indocina, Cina e  Indonesia (vedi la 'Luna di Pejeng' a Bali e il tamburo di Selayar a Sulawesi). La loro presenza così numerosa ad Alor, tanto che se ne sono trovati a migliaia, è probabilmente legata al passaggio di navi di mercanti lungo la rotta verso Timor e le sue piantagioni di prezioso legno di sandalo. Nel XIX secolo il governo olandese arrivò a stimarne 200.000 ad Alor. Per nasconderne la consistenza degli stock, gli aloresi arrivarono a seppellirli in varie zone della parte centrale e meno accessibile dell'isola: luoghi di cui in seguito si perse nozione (da qui i rinvenimenti frequenti di moko, definiti “misteriosi”). Nella società alorese sono diventati uno status symbol e vengono accumulati dalle famiglie come beni legati alla dote e non più come mezzo di scambio per ottenere crani umani da utilizzare in rituali antichi. Il numero e la qualità dei moko scambiati in occasione di un matrimonio dipendono  dalla posizione sociale della sposa e non è insolito che il loro costo necessiti anni di lavoro per essere ripagato.

Rumah Lopo
La Rumah Lopo è la casa tradizionale dei Suku Abui (etnie indigene) aloresi, in particolare del villaggio di Takpala, ad Alor. Ogni Rumah Lopo è abitata da 13 capi famiglia ed è di due tipi: Kolwat e Kanuruat. La Rumah Kolwat è aperta a tutti gli abitanti del villaggio, anche a donne e bambini. A questi, al contrario, è fatto assoluto divieto di entrare nella Rumah Kanuruat; in caso di violazione, il trasgressore sarà colpito da malattia, la cui guarigione comporterà lo svolgimento di cerimonie tradizionali.
La Rumah Lopo è fatta di bambù, ha forma piramidale con un tetto di foglie di alang-alang, ed è sostenuta internamente da 6 pilastri ricavati da legno rosso.  Nella parte superiore vi è un ornamento a forma di braccia aperte in segno di benedizione alla richiesta dell'Onnipotente. La casa si sviluppa su tre piani: il piano inferiore funge da cucina e camera da letto, il secondo piano è utilizzato per stivare mais o altri prodotti alimentari e, quando è pieno, il cibo può essere conservato al terzo piano, che funge anche da magazzino.