Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

giovedì 18 ottobre 2012

Il Gran Melasti a Seminyak: liberare la capra



L’allestimento è un affare complesso, coronamento di giorni e giorni di preparazione, cotture, intrecci, intagli, coloriture. Sul grande tavolo che s’affaccia sull’oceano sono esposte, quasi accatastate, decine di offerte. Spiccano gli intrecci tricolori di foglie di palma e bambù, verde tenero verde scuro e rosso. In cima si aprono corone e diademi di lamine fogliari tagliate e sagomate.
 
Il luogo è la spiaggia di Camplung Tanduk, per i turisti quella di Dyanapura, vicino al Pura Dalem omonimo, il tempio dei morti di Seminyak. Il tempio, rinnovato da poco, sorge sul limitare della rena e pochi tra le migliaia di visitatori che lo sfiorano, ne comprendono appieno la santità che rappresenta per il popolo indù di Seminyak. Stretto tra un resort ed un ristorante, la scalinata si affaccia su una fila di tavole da surf in attesa di villeggianti festanti e mucchi di cuscini da spiaggia dove appoggiare le terga sorseggiando un daiquiri al tramonto. E’ un esempio emblematico di come la sacralità delle terre balinesi convive e confligge con l’edonismo ateo e ignorante dei predoni della vacanza.

Il giorno è il Grande Mercoledì, il Buda Wage Merakih, il giorno in cui le genti di Bali rendono grazie all’azione divina che permette loro di vivere in salute e benessere. Sang Hyang Rambut Sedana, nella sua manifestazione di dio della prosperità, è onorato oggi assieme alle effigi più sacre del villaggio. L’occasione è la celebrazione del rinnovo di uno dei templi di Seminyak, il Pura Puseh, cominciata lunedì scorso, sotto una propiziatoria ed invisibile luna nuova. Un ottobre intenso per la comunità di Seminyak, stretta attorno ai simboli architettonici e spirituali delle loro radici e del rapporto con le divinità e la natura. 

Gli inservienti dei ristorantini qui intorno spazzano ora, è mattino presto, i resti puzzolenti dei bagordi della notte, mentre i devoti s’affaccendano ad allestire gli spazi della cerimonia sacra, portano intrecci, tagliano pali, innalzano altari di frasche e palme. Alle spalle, dietro una staccionata di lamiera arrugginita, s’erge cupo e biancastro nel suo sudario spettrale, un enorme hotel vuoto e cadente, monumento alla corruzione del passato regime. Pochi turisti, vista l’ora, passano sulla spiaggia ad inseguire con una molle corsetta un sogno di un corpo più giovane e asciutto. Alcuni si fermano e ancora meno chiedono informazioni ai signori del servizio d’ordine, quei pecalang onnipresenti durante una cerimonia balinese.

In grossi gusci di noce di cocco sono infissi lunghi spiedini ornati di strisce e festoni di grasso di maiale. Ogni punta ha conficcato un peperoncino che ha il colore arancione del fuoco. Lì sotto gli animali votati al sacrificio mandano versi striduli di paura, altri stanno rassegnati nelle scatole che li contengono, a metà fuori, penzolanti, sfiniti. Pulcini e anatre nei colori evocativi bianco e nero, più una capra, quattro zampe dedicata alla immolazione più importante. Questa se ne sta legata ad un frangipani, nera, e defeca impaurita. Si trova presto con le zampe ingarbugliate nella corda che la stringe. Mani pietose e efficienti le forniscono dell’acqua e qualche foglia fresca da masticare. Vedo le facce dei pochi turisti, per lo più discinti, orripilate dal pensiero che i volatili e la capra saranno poi immolati per spillarne il sangue sacrificale.

Sono arrivate le tre coppie di pedanda, maschio e femmina. Prendono posto sull’alta piattaforma a loro riservata e dispongono subito gli scrigni intagliati e le grandi coppe sbalzate che racchiudono, come tesori, i paramenti e gli attrezzi della preghiera. Ciascun involto emerge da un sacco candido che lo avvolge e protegge. Ora si danno da fare, messi in un canto i bastoni del comando, a togliere utensili, la tiara nera o rossa, ricamata d’oro. Si spogliano, si lavano e rivestono con i paramenti sacri, senza pudore davanti a tutti. Aspergono con acqua benedetta ogni capo, accessorio e ornamento per presentarsi puri al cospetto del dio.

Due processioni accompagnano lungo la spiaggia le effigi sacre del Barong e di Rangda. Bene e male scorrono fluidi sulla sabbia, sullo sfondo il mare che tutto mescola e pulisce. I simulacri della faticosa e infinita lotta quotidiana partecipano alla benedizione, subito dietro l’altare del dio, che si sporge solitario verso il mare.

Ogni angolo della cerimonia, fino a dove si frangono le onde, è percorso da officianti che in corteo aspergono acqua santa ed effluvi benedetti, con brevi gesti morbidi. Si spingono fino alla battigia e cingono col loro abbraccio consacrante anche i due natanti usati dai bagnini del villaggio.
Ora tutti si inginocchiano per ascoltare i rintocchi morbidi e sonori delle campanelle dei pedanda, che s’intrecciano, nei momenti più intimi,  con solenni ritmi di tamburi, il contrappunto di cembali e le note profonde di gong. La corretta esecuzione dei rituali, nel semplice recinto di benedizione comune posto al bordo della rena, è diretta al megafono dal portavoce dei pedanda.

E’ il momento della benedizione finale, la capra viene avvolta da semplici stoffe bianche e zafferano, sulla testa viene stretto un nodo di foglie e fiori ed un grosso rotolo di monete votive dorate è appeso al collo. Le campanelle ed il megafono chiamano alle tre preghiere rituali, tutto s’immobilizza e la preghiera stende su tutti il suo manto candido.

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