Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)
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sabato 25 dicembre 2021

Ngerebeg a Tegallalang: i colori contro il lato oscuro.

 Il termine "Ngerebeg" deriva dalla parola "gerebeg" che significa ricerca. In giavanese antico ha anche altri significati: compiere una grande cerimonia, raggrupparsi, emettere urla e strepiti. In alcuni villaggi dell’isola di Bali (come Tegal Darmasaga o Batubulan) Ngerebeg è una cerimonia che si tiene nel Pura Puseh o nel Pura Dalem, con la partecipazione di una grande folla di fedeli, accompagnati dall’orchestra beleganjur.

I Balinesi seguono questa tradizione perché credono che l’azione collettiva e coordinata sia in grado di neutralizzare i tratti malvagi che esistono nel villaggio a patto che venga focalizzata nell’evitare che Buthakala, la generica entità che riassume in sé i tratti oscuri e malvagi dell’essere umano, rechi disturbo alla collettività. E’ una delle forme che assume a Bali l’esorcismo collettivo periodicamente necessario per tenere sotto controllo le manifestazioni ostili al procedere tranquillo della vita della comunità.

Nel villaggio di Tegallalang Ngerebeg si svolge in un modo originale. Gli abitanti del villaggio seguono la citata convinzione che ogni essere umano sia costruito su un intreccio tra bene e male e sono consapevoli che le manifestazioni maligne debbano essere periodicamente neutralizzate e rifiutate. Qui, a simbolo del Bhutakala, la presenza oscura e malevola che risiede in noi, i bambini e i giovani si dipingono il corpo di mille colori e motivi fantasiosi. La “mascherata” che ne deriva mostra a tutti la manifestazione del lato oscuro, che viene prima “nutrita” con riso e lawar, preparato e distribuito dagli adulti nel cortile interno del tempio. Rifocillati i ragazzi mascherati assistono alla breve processione, tre volte attorno agli altari principali, dei simulacri di dei e antenati, che sancisce la sacralità del momento e il legame stretto con la “terra di sopra”. Infine si lanciano festosi e vocianti in processione attorno al tempio e su fino alle risaie di Ceking, dove i giovani si sbarazzano della pittura simbolo del male dando libero sfogo al loro ardore con urla, canti e strepiti in un festoso allontanamento delle presenze nefande che hanno, nel corso dell’anno, “obbligato” a comportamenti impropri.

L'obiettivo principale del rituale è quindi far emergere, e dare un volto, alle proprie passioni per controllarle durante l’anno a venire, in modo da non distruggere se stessi e non recare disturbo gli altri.


Andando più a fondo nel significato di questo rituale si vede come Ngerebeg sia visto come pratica essenziale al mantenimento dell'armonia tra le creature dei due mondi sekala e niskala, e tra il bhuana alit (corpo umano) e il bhuana agung (universo). L’azione collettiva serva a tenere sotto scacco i sei nemici dell’uomo, o sad ripu1, identificati in Bhutakala o nei wong samar. Queste entità, simili agli umani ma prive del solco sopra il labbro superiore e che non rispondono mai al saluto Om Swasti Astu, si crede siano parte incancellabile del creato e quindi anche parte della manifestazione del dio supremo quando scende al tempio. Queste presenze, che si muovono liberamente e non viste nel villaggio, vivono nella parte superiore del fiume a ovest del tempio.

Quando si svolge il piodalan del Pura Duun Bingin a Tegallalang, queste entità vogliono partecipare, attirate dalla possibilità di purificarsi e per tenerle sotto controllo e compensarne la presenza destabilizzante, per esorcizzarne insomma l’ingombrante apparenza, vengono fatte emergere, il giorno che precede l’acme del piodalan, con la “mascherata” e neutralizzate con il fracasso festoso e urlante dei giovani del villaggio.

Le stradine attorno al Pura Duur Bingin si animano presto di ragazzi e ragazze che affollano i venditori di leccornie: spiedini di pastella fritta, salsicce di tofu, riso e manioca, patate fritte, mini martabak e involtini di verdure. Non mancano es cendol e coni gelato.

Il tempio già affollato, in un’ora si riempie di persone vocianti. Su tutto il fraseggio ipnotico del gamelan e il canto antico del maestro di cerimonie.

Un gruppo di fedeli prepara il lawar e lo dispone in foglie di banano, altri portano i banten colmi di frutta e volatili arrostiti alla benedizione del mangku. A piccoli gruppi, accompagnati da genitori e parenti, entrano i bambini, dipinti con tutti i colori che la fantasia possa immaginare, i volti spesso disegnati con espressioni arcigne, con baffi e grosse sopracciglia, o interamente di nero o con i tratti di gatti e tigri. Ognuno porta con sé varie decorazioni come “lance” la cui punta è un ventaglio di foglie di palma da cocco o aren, abbellite da fiori, penjor o banderuole come lelontek e kober: armi innocue ma potenti verso i wong samar.

L’atmosfera eccitata ha un momento di calma durante la condivisione del cibo, per rianimarsi di nuovo in occasione dell’uscita dei pratima, accompagnata dalle danze di alcune donne. E poi l’agitazione dei giovani mascherati raggiunge l’apice con l’uscita dal tempio e la lunga camminata tra le stradine del villaggio e su fino alle risaie.

Uno dei significati del Ngerebeg, il valore dell’attenzione alla socialità e e all’ambiente, può essere colto nella ricerca dell’armonia tra buhana agung e bhuana alit, vale a dire tra l'universo e il suo contenuto, qui inteso come l'ambiente che ci circonda, e gli esseri umani. Da qui deriva la maggior considerazione che gli antenati riponevano nella cura dell'ambiente naturale, concetto che ora dovrebbe essere una delle linee guida per le generazioni più giovani, in modo che sviluppino quell’atteggiamento di considerazione e conservazione per la natura.

1Sad Ripu significa sei nemici che rappresentano i tratti umani negativi, da far emergere per allontanarli da sé e neutralizzarli. Questi aspetti nefasti dell’umanità possono interrompere il proprio percorso ideale di vita in accordo col proprio dharma. I sei nemici sono: 1) kama, lussuria; 2) lobha, avidità: 3) krodha, rabbia; 4) moha, confusione, 5) mada, ubriacatura e 6) matsarya, gelosia o invidia.



martedì 19 marzo 2013

La strega Calon Arang



Una luce rosso sangue getta un manto di magia e mistero attorno alla figura di Calon Arang, la strega maligna che incute ancora terrore tra le migliaia di balinesi assiepati attorno allo spazio allestito per evocarla.

Siamo a Tegallalang, villaggio a nord di Ubud, davanti al Pura Dalem Kahu, il tempio dei morti, l’ultimo giorno di luna piena di novembre, momento propizio per ricordare la storia di una donna che, concessasi alla voluttà delle forze del male attraverso le pratiche di magia nera, getta incantesimi distruttivi sul popolo ma viene infine piegata dalla forza positiva del Barong e dell’unione solidale degli esseri umani.

È l’occasione, offerta dai Banjar Pejengaji e Gagah di Tegallalang, per scrutare nel profondo del dramma di una magia oscura e maligna che cerca di sopraffare la parte buona della società, con gli occhi sapienti e pragmatici della mitologia balinese.  La drammatizzazione di Calonarang al vertice dei suoi poteri magici serve come potente esorcismo, nella speranza che per il resto dell’anno non agisca troppo brutalmente avendo temporaneamente placato il suo appetito di distruzione.

A Bali tutti sanno che la vita è un’eterna lotta tra forze maligne e benigne e che non ci sono veri vincitori, o meglio,che chi ne esce sconfitto non lo è definitivamente. Molto saggiamente, pur nella consapevolezza che il lato buono di noi stessi sia da preferire e nutrire per farlo emergere in ogni occasione, si è consapevoli che la parte peggiore possa essere temporaneamente zittita, ma mai annientata. E bene quindi tentare anche di ingraziarsela e di non stuzzicarla troppo, per limitare, per così dire, i danni.
E infatti gli appartenenti ai Banjar hanno allestito uno spazio evocativo senza badare a spese, con una scenografia imponente ed elaborata, giochi di luci per sottolineare le scene più drammatiche e coinvolgenti. C’è anche spazio concesso alle riprese televisive, con l’intento un po’ narciso di far conoscere a tutta l’isola la propria bravura (e devozione). La strega sarà senz’altro deliziata dall’enorme baldacchino che la ospita lassù, sulla piattaforma più alta, al vertice di una vertiginosa scalinata in bambù, guardata da due formidabili naga. Così potrà dominare tutta la scena e lo spazio davanti al tempio, e le sarà data l’illusione, nel breve tempo della rappresentazione, della propria potenza.

La vicenda, narrata all’interno di questo palcoscenico sontuoso, si dipana tra danze di fanciulle voluttuose e dialoghi di principesse e cortigiani. I più famosi tra essi sono immediatamente riconosciuti dagli astanti e accolti con fragorosi battimani, le loro battute avvolte dall’ilarità generale. E’ il momento in cui il dialogo tra l’attore e la folla si fa più intenso, la comicità dilaga e si parla anche di vicende d’attualità. Ma le battute fulminanti e il contrappunto tra i comici e spettatori o comici e gamelan (irresistibile un improvvisato kecak tra gli orchestrali) divertono la platea e scatenano i commenti sagaci.
Si arriva al primo climax attorno a mezzanotte, ora fatidica, quando un gruppo di adepte del maligno occupa la scena e si agita in modo scomposto e allucinato. Si rappresenta la danza macabra nel cimitero, quando gli incantesimi vendicativi vengono gettati sul regno di Airlangga e i cadaveri vengono smembrati e suddivisi tra gli adepti: stasera sono talmente potenti che una “diavolessa” cade in trance e viene portata via a braccia dagli assistenti del banjar.
Poi, dopo altri lunghi dialoghi tra vari personaggi, che preparano la chiusura del dramma, entra il re che, gonfio d’orgoglio e di spirito guerresco, si avventura con foga su per la scala per affrontare ed uccidere la potente strega. Ma la forza del male è troppo anche per uno spirito regale e basta un gesto svogliato del velo sacro per vincere il povero re ed il suo keris.

Ecco che, in pochi momenti segnati dalla confusione e dal parossismo, si compie la storia. Il re esce ed entra il Barong, essere magico e buffo, quintessenza della potenza salvifica e benevola al servizio dell’umanità. Egli solo può fronteggiare Calonarang e misurarsi alla pari con la sua forza malvagia. La battaglia infuria fino a che anche il Barong ha bisogno d’aiuto per sovrastare la forza del male, ed ecco che in un lampo arriva un manipolo di giovani a torso nudo che,caricati dai vapori d’incenso e imbracciando un keris, si lanciano nel mezzo della lotta. E’ un continuo rincorrersi, giostrare tra affondi e parate, con gli animi che si accendono sempre più e Calonarang che si perde sempre più in una trance parossistica.  Alla fine riesce a sopraffare un giovane assalitore ed altri entrano in trance, rivoltando su di sé il keris con il quale intendevano ucciderla. 

Immediatamente il Barong rientra e mette in fuga la strega, tra le urla spaventate degli spettatori  e i gesti calmi e misurati dei pemangku (i sacerdoti) che aspergono i giovani in trance e riversi a terra, esausti.
Ora, unico padrone della scena, il Barong dispensa il suo fluido salvifico e, con l’aiuto dei sacerdoti, lenisce a poco a poco le ferite della trance indotta dalla strega, finché tutti i giovani guerrieri si riprendono e la cerimonia ha termine.

Gli abitanti del banjar si allontanano soddisfatti, con ancora molta adrenalina in corpo e la sensazione che la cerimonia abbia avuto l’effetto desiderato. Sono certi che l’eco delle trance, delle danze, della musica, dei colori turbinanti rimanga a compiacere la strega a lungo nei mesi a venire, potente esorcismo che stende un velo di tranquillità sulla comunità.