Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)
lunedì 4 maggio 2015
the Indra's honey
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venerdì 17 aprile 2015
Il miele di Indra
Ho incontrato I Wayan Durpa Adnyana curiosando fuori le “mura” di Tenganan Pengringsingan, su in cima, oltre il grande portale che segna il “finis terrae” del famoso villaggio dei Bali Aga.
I “balinesi di montagna”, i veri indigeni dell’isola, formano una società animista che risale a ben prima le ultime migrazioni cinquecentesche delle corti giavanesi dell’impero Majapahit, in fuga di fronte ai bellicosi sultani islamici.
Qui, e in poche altre enclave, gli antichi abitanti dell’isola hanno stabilito un rigido codice di comportamento e inflessibili norme matrimoniali endogamiche per mantenere intatte le loro antiche pratiche rituali. Chi non segue è ostracizzato e obbligato a vivere “fuori le mura”, nel ghetto dei paria.
In mezzo alla foresta secondaria, tra essenze lussureggianti e alberi da frutto secolari, si è accolti col sorriso composto di chi vive in pace con la natura e ne impiega con moderazione i frutti.
Pak Wayan sostiene di aver ricevuto l’ispirazione ed il consenso divini all’uso dei prodotti della foresta. Il taksu, o abi asian in balinese, viene direttamente da Indra, così come il divieto di abbattere gli alberi. E’ suo dovere preservare questo dono senza abusarne. Dewa Indra è al centro del culto di Tenganan e molti rituali ricordano la presenza nell’universo di una forza distruttiva e sanguinaria.
Con le sue mani callose, il padre di Wayan intreccia abilmente steli di hata (il fusto sottile di una felce rampicante del genere Lygodium) in cestini, scatole e coppe, scegliendo le parti nerastre basali per ottenere semplici abbellimenti geometrici. Il risultato è una trama tanto regolare da sembrare un tessuto.
Wayan, invece, si occupa delle api. Possiede poche arnie, dalla curiosa forma cilindrica. Il materiale è semplice bambù raccolto da ceppaie antiche, il più grosso e spesso. È la pianta preferita dalle api per nidificare. Trovata la colonia, la porzione di bambù che la contiene è tagliata via, tra due nodi, per una lunghezza di circa 50 cm. Una volta trasportata nell’orto, è spaccata longitudinalmente in due metà, poi riassemblate con stretti lacci di hata.
Sulle facce circolari, in corrispondenza dei nodi contigui, sono ricavati pochi forellini per dare accesso alle api. Il tutto viene appeso per il tempo necessario (tre o sei mesi) ad uno dei grossi rami di una palma della foresta, lì intorno. Solo quella palma può accogliere le arnie.
Wayan, seduto su una sedia traballante nel portico della sua casupola, spiega che accudisce tre specie di api, o lebah in indonesiano. Le più comuni sono quelle di medie dimensioni, con l’addome zebrato molto simili all’ape europea, chiamate in balinese nyawan bali (Apis cerana). Questa specie preferisce il tronco della papaya e lo scava per ricavarne il nido. Talvolta, durante stagione con fioriture povere di polline, le api si nutrono dello strato di polpa zuccherina che rimane nel tronco dopo lo scavo del nido.
Raccolgono polline da una moltitudine di piante della foresta, da frutto e da legno. Il bayur (Pterospermum javanicum), albero altissimo dall’ottimo legno per case e mobilia, quando in fiore da un miele giallo paglierino.
I fiori del caffè regalano al miele un forte aroma, molto ricercato. Qui nel suo orto, in primavera, sono in fiore i manghi e i durian. Wayan mi porge una bottiglietta e un cucchiaino. Il miele che assaggio ha il colore delle loro infiorescenze gialle e un sapore inconfondibile di frutta matura. Ogni plenilunio raccoglie il miele, schiacciando semplicemente il favo contro un setaccio. Niente presse o centrifughe da queste parti, solo mani sapienti e colino in plastica da supermercato. Rapporto inverso tra livello tecnologico e delizia del palato.
Poi ci sono le piccole api nere (Trigona sp.), klanceng/lanceng in indonesiano, nyawan kele-kele in balinese, spesso scambiate per zanzare e impietosamente uccise dal turista sconsiderato. Sono lunghe pochi mm e con un pungiglione troppo piccolo per bucare la pelle. All'apertura dell’arnia Wayan si è messo a ghignare perché ne ero ricoperto. Tanta paura ma nessuna puntura.
Il miele è raro e scarso, vista la dimensione delle sacche polliniche e proviene da polline raccolto solo da fiori di palma, delle varie specie che affollano gli orti e i boschi dell’isola. Il gusto è asprigno ed il colore ambrato. Il nome, madu iran in balinese, o miele nero, richiama più la livrea dell’insetto che il suo colore. Molto ricercato dai balinesi che si affidano alle sapienze millenarie del dukun, lo sciamano del villaggio: va bene per tutto, dalle labbra screpolate alle coliche delle puerpere, dalle ustioni al mal di gola. Si raccoglie ogni sei mesi, ad inizio e fine della stagione delle piogge.
La raccolta del miele si fa di mattina fino a mezzogiorno. E’ la premura del Bali Aga verso le sue api nere. Lascia loro il tempo di sigillare la fessura che rimane dopo aver richiuso le due valve dell’arnia, o kungkungan. Solo la saliva collosa delle nyawan kele-kele riesce ad impedire alle formiche di entrare e fare festa tra miele, cera e larve. La “colla” è veramente adesiva e le mie dita impiastricciate strappano un altro sorriso a Wayan.
La terza specie è l’ubiquitaria ape gigante di foresta (Apis dorsata), o nyawan alas, in balinese chiamata anche dinding ay. Costruisce giganteschi nidi nei rami alti dei giganti della foresta. Non si addomestica e produce in abbondanza un miele multiflora, molto difficile da raccogliere. L’ho incontrata spesso nelle camminate in giungla e la massa brulicante di grossi insetti mette paura.
Qui, e in poche altre enclave, gli antichi abitanti dell’isola hanno stabilito un rigido codice di comportamento e inflessibili norme matrimoniali endogamiche per mantenere intatte le loro antiche pratiche rituali. Chi non segue è ostracizzato e obbligato a vivere “fuori le mura”, nel ghetto dei paria.
In mezzo alla foresta secondaria, tra essenze lussureggianti e alberi da frutto secolari, si è accolti col sorriso composto di chi vive in pace con la natura e ne impiega con moderazione i frutti.
Pak Wayan sostiene di aver ricevuto l’ispirazione ed il consenso divini all’uso dei prodotti della foresta. Il taksu, o abi asian in balinese, viene direttamente da Indra, così come il divieto di abbattere gli alberi. E’ suo dovere preservare questo dono senza abusarne. Dewa Indra è al centro del culto di Tenganan e molti rituali ricordano la presenza nell’universo di una forza distruttiva e sanguinaria.
Con le sue mani callose, il padre di Wayan intreccia abilmente steli di hata (il fusto sottile di una felce rampicante del genere Lygodium) in cestini, scatole e coppe, scegliendo le parti nerastre basali per ottenere semplici abbellimenti geometrici. Il risultato è una trama tanto regolare da sembrare un tessuto.
Wayan, invece, si occupa delle api. Possiede poche arnie, dalla curiosa forma cilindrica. Il materiale è semplice bambù raccolto da ceppaie antiche, il più grosso e spesso. È la pianta preferita dalle api per nidificare. Trovata la colonia, la porzione di bambù che la contiene è tagliata via, tra due nodi, per una lunghezza di circa 50 cm. Una volta trasportata nell’orto, è spaccata longitudinalmente in due metà, poi riassemblate con stretti lacci di hata.
Sulle facce circolari, in corrispondenza dei nodi contigui, sono ricavati pochi forellini per dare accesso alle api. Il tutto viene appeso per il tempo necessario (tre o sei mesi) ad uno dei grossi rami di una palma della foresta, lì intorno. Solo quella palma può accogliere le arnie.
Wayan, seduto su una sedia traballante nel portico della sua casupola, spiega che accudisce tre specie di api, o lebah in indonesiano. Le più comuni sono quelle di medie dimensioni, con l’addome zebrato molto simili all’ape europea, chiamate in balinese nyawan bali (Apis cerana). Questa specie preferisce il tronco della papaya e lo scava per ricavarne il nido. Talvolta, durante stagione con fioriture povere di polline, le api si nutrono dello strato di polpa zuccherina che rimane nel tronco dopo lo scavo del nido.
Raccolgono polline da una moltitudine di piante della foresta, da frutto e da legno. Il bayur (Pterospermum javanicum), albero altissimo dall’ottimo legno per case e mobilia, quando in fiore da un miele giallo paglierino.
I fiori del caffè regalano al miele un forte aroma, molto ricercato. Qui nel suo orto, in primavera, sono in fiore i manghi e i durian. Wayan mi porge una bottiglietta e un cucchiaino. Il miele che assaggio ha il colore delle loro infiorescenze gialle e un sapore inconfondibile di frutta matura. Ogni plenilunio raccoglie il miele, schiacciando semplicemente il favo contro un setaccio. Niente presse o centrifughe da queste parti, solo mani sapienti e colino in plastica da supermercato. Rapporto inverso tra livello tecnologico e delizia del palato.
Il miele è raro e scarso, vista la dimensione delle sacche polliniche e proviene da polline raccolto solo da fiori di palma, delle varie specie che affollano gli orti e i boschi dell’isola. Il gusto è asprigno ed il colore ambrato. Il nome, madu iran in balinese, o miele nero, richiama più la livrea dell’insetto che il suo colore. Molto ricercato dai balinesi che si affidano alle sapienze millenarie del dukun, lo sciamano del villaggio: va bene per tutto, dalle labbra screpolate alle coliche delle puerpere, dalle ustioni al mal di gola. Si raccoglie ogni sei mesi, ad inizio e fine della stagione delle piogge.
La raccolta del miele si fa di mattina fino a mezzogiorno. E’ la premura del Bali Aga verso le sue api nere. Lascia loro il tempo di sigillare la fessura che rimane dopo aver richiuso le due valve dell’arnia, o kungkungan. Solo la saliva collosa delle nyawan kele-kele riesce ad impedire alle formiche di entrare e fare festa tra miele, cera e larve. La “colla” è veramente adesiva e le mie dita impiastricciate strappano un altro sorriso a Wayan.
Wayan Mideh, del vicino villaggio di Selumbung, Manggis, dove l’apicultura è oramai una tradizione centenaria, mi racconta con orgoglio che vengono anche grossisti giapponesi, attirati dalle proprietà medicamentose del miele nero. I quasi 70 contadini possiedono da queste parti oltre 2000 arnie e riescono a guadagnare di che pagare la scuola ai figli. Ringraziano Wisnu per aver custodito questo insetto prodigioso, i cui benefici sono elencati in vari testi sacri indù. Col suo sorriso sdentato spia i miei capelli bianchi e, ironico, afferma che devo assolutamente provare l’agopuntura col pungiglione dell’ape, che i vecchi del villaggio considerano eccellente per reumatismi e artrite.
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venerdì 3 aprile 2015
sposare la terra
Il profumo fragrante dell’incenso riempie l’aria nella
casetta del poeta I Wayan “Jengki”
Sunarta, a Batubulan. Oggi ha
chiamato il pemangku Jero Mangku Bajra, un prete di bassa
casta, per officiare il rituale Nyakapin
Tanah, che letteralmente significa “sposare la terra”.
Qualche anno fa Wayan Sunarta ha comprato un’ara di terra
nel suo villaggio, presa da una risaia. Due anni più tardi ne ha comprato un
altro pezzo, adiacente al primo.
La cerimonia officiata dal prete indù serve per chiedere il
permesso a Dewi Sri, la divinità del
riso e della fertilità, di usare per altri scopi la terra tradizionalmente
agricola.
I balinesi credono che Dewi Sri sia la guardiana divina dei
fertili suoli dell’isola e delle sue acque che donano vita. Il suo potere
soprannaturale riesce ad avere ragione anche di epidemie e fame, che spesso
colpivano i villaggi delle zone rurali.
Secondo Bajra, la dea sorveglia l’utilizzo che uno fa della
terra che gli è stata concessa. In special modo quando si vuole cambiarne la
destinazione d’uso, ed è il caso nella Bali di oggi, bisogna chiedere il
permesso e la benedizione al suo “proprietario e guardiano celeste” attraverso
un preciso rituale.
I passi del rito prevedono una serie di offerte elaborate
indirizzate a Dewi Sri e agli spiriti del mondo oscuro. Il suolo è purificato
attraverso il cerimoniale del mecaru durante
il quale si prepara un’offerta di nasi
wong wongan, farina di riso impastata a forma antropomorfa, a rappresentare
il guardiano spirituale del luogo, o bhuta
kala.
Durante il rito il proprietario della terra mescola due
manciate di suolo dalle due proprietà e le ripone in una daksina, un vassoio fatto di foglie di cocco intrecciate. Nella daksina trovano posto, tra l’altro, un
cocco maturo, uova, pezzi di canna da zucchero, interiora (jeroan mentah) e poi i condimenti intesi a compiacere il gusto
degli esseri del sotto-mondo: ginger, scalogno, sale.
Questa mescolanza di due suoli simboleggia l’unità, come un
matrimonio tra esseri umani. Due elementi della natura si combinano assieme per
dare origine a nuova vita, un nuovo inizio per il nuovo proprietario.
Il Nyakapin Tanah
è un rito obbligatorio per chiunque voglia costruire un edificio su terra in
origine agricola. Un evento che si succede a ritmi allarmanti nella Bali
moderna, che perde ogni anno 1000 ha di terreno agricolo fertile e produttivo per
trasformarlo in strade, hotel, ville, centri commerciali.
Ciò che una volta era tabù, cedere terreno vitale concesso
dagli dei, ora è reso possibile dall'adattarsi della liturgia ai tempi moderni.
L’importante è il rituale, l’esecuzione della cerimonia, secondo criteri rigidi
e prestabiliti. Espressione di gratitudine per ogni cosa renda la vita
armoniosa e bilanciata.
(con Bram Setiawan)
(con Bram Setiawan)
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mercoledì 4 febbraio 2015
Adu jangkrik, un passatempo balinese.
“...Due individui che hanno organizzato un giro di scommesse illegali attorno ad un combattimento di grilli, Ketut Kantun detto Kampret (34) e I Nyoman Agus Adnyana (30), sono stati condannati ad una pena detentiva di tre mesi ciascuno... I 6 mesi, richiesti in origine dal pubblico ministero, sono stati ridotti a tre dalla giuria presieduta da Ketut Wiarta in considerazione dell’ammissione di colpa dei convenuti, la loro promessa di non ripetere il crimine e la domanda di clemenza...
Altri partecipanti il gioco d’azzardo sono stati condannati a pene detentive più lievi...”
Questo articolo, pubblicato qualche tempo fa sul Bali Post, mi ha incuriosito. Qualche ricerca e ho scoperto un aspetto della cultura balinese, legato al gioco, alle scommesse clandestine, al mondo maschile: il combattimento dei grilli, o adu jangkrik.
Sapevo del combattimento di galli (tajen) e del ruolo che esso gioca nella cultura indù isolana: nato come intrattenimento per gli dei, quando scendono sulla terra durante la festa del tempio, sconfinato inevitabilmente nel gioco d’azzardo rovina famiglie. Ora che circolano tanti dollari, grazie al boom immobiliare che segue a ruota i 10 milioni di turisti riversati annualmente sull’isola, le vincite, e le perdite, possono essere da capogiro e sfociare in scontri all’arma bianca e relativo strascico di faide tra villaggi.Queste due forme di combattimento tra animali sono comuni anche in molte altre parti dell’Indonesia, così come altri paesi del sud-est asiatico e sono una tradizione arcaica.
In Cina, i combattimenti di grilli hanno una storia molto lunga, che risale a quasi 1000 anni fa, all’epoca della famosa dinastia Tang. La rivoluzione culturale li ha bollati come inutile passatempo borghese.
Ho incontrato, quasi per caso al mercato Pasar Satria di Denpasar, due veri appassionati di grilli. Suteja e Wisnu allevano amorevolmente ad Oongan, a nord di Denpasar, grilli di razza (!) come animali domestici e campioni da combattimento.
Ogni giorno nutrono i grilli con una dieta speciale chiamato sadek, una miscela di vari cereali. Un altro allevatore afferma di preparare ai suoi insetti piatti prelibati a base di pesce e api, mescolati a cereali e kratindaeng, una bevanda energetica tailandese (all’origine del mito Red Bull) che rafforza i loro corpi ed esalta il loro spirito combattivo. “Abbiamo le nostre ricette segrete” precisa Komang Ardana, un altro appassionato di grilli da combattimento. Ardana aggiunge che la preparazione dei pasti per i grilli deve essere effettuata nei giorni di buon auspicio, scelti seguendo il calendario lunare balinese.
Ogni giorno nutrono i grilli con una dieta speciale chiamato sadek, una miscela di vari cereali. Un altro allevatore afferma di preparare ai suoi insetti piatti prelibati a base di pesce e api, mescolati a cereali e kratindaeng, una bevanda energetica tailandese (all’origine del mito Red Bull) che rafforza i loro corpi ed esalta il loro spirito combattivo. “Abbiamo le nostre ricette segrete” precisa Komang Ardana, un altro appassionato di grilli da combattimento. Ardana aggiunge che la preparazione dei pasti per i grilli deve essere effettuata nei giorni di buon auspicio, scelti seguendo il calendario lunare balinese.
I grilli sono posti entro tubi di bambù colorati (bungbung) dotati di sottili fessure per la ventilazione. Attraverso queste aperture i proprietari interagiscono con i loro campioni, li coccolano con un morbido filo d’erba, li vezzeggiano, li addestrano alla lotta stuzzicandoli con uno stecchino.
I combattimenti hanno regole molto rigide, cui sovrintende il pakembar, arbitro e giudice: i belligeranti devono avere condizione fisica e dimensione analoghe per garantire un duello alla pari.
Quando tutti i requisiti sono soddisfatti, i due grilli si affrontano con ferocia. Contrariamente ai galli, potenziati per la lotta con affilatissimi rostri d’acciaio, i grilli non sono dotati di un'arma per sconfiggere i propri avversari. Si devono affidare unicamente al morso delle loro mandibole e alla speranza di far desistere l’antagonista dal combattere o dal grillare. Il grillo che sopravvive a molte di queste battaglie in miniatura arriva al rango di campione leggendario. Il monte scommesse è contenuto e la tensione attorno ai contendenti ha i connotati più di una intensa passione che di una violenza detonata come nel caso della lotta fra galli.
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venerdì 3 ottobre 2014
Un'isola, un vulcano
Est. A est di tutto. Ternate è il luogo più a oriente che abbia mai toccato. Longitudine 170°E.
Me ne rendo conto controllando l'esposizione orientale della terrazza del grande, bianco edificio che giace abbandonato sulla pendici del vulcano Gamalama.
Il vulcano è tutto per Ternate. L'origine del suolo prodigiosamente fertile, coltivato ad alberi carichi di chiodi di garofano. La fonte della materia prima principale per ogni costruzione, la lava. La dannazione, quando esplode incontenibile, per il melting pot di genti che la popolano. L'ultima eruzione e stata nel 2011. La ricordo, una delle prime che seguii sui giornali, da poco approdato a Bali.
L'altra sorpresa che ho dall'esame della bussola e' la latitudine. Sono quasi esattamente sull'equatore, solo una manciata di minuti a nord.
Un vulcano, un'isola, sull'equatore e molto a est.
Le nubi si ritirano dal Gamalama, parola che eccheggia cinquecentesche presenze portoghesi. Poco altro rimane della loro fugace presenza, qualche muro scuro e radi cumuli di pietre, trascurate come spesso succede da queste parti.
La vista corre tra i vulcani vicini di Tidore e di Hiri, fino al Kiebesi dell'isola di Makian, giù a sud e la catena azzurrini che segna la grande isola di Halmahera, a est.
Il sole cuoce i moli dei tanti porti di un'isola che ha sempre vissuto di marineria, lottando per restare al centro del potere commerciale, politico e religioso dei sultanati delle Molucche. Qui, come nella gemella Tidore e nella lontana Ambon, il sultano possiede ora uno scarso peso politico. Rimangono palazzi ben tenuti e nomi di antichi regnanti limitati ad aeroporti e stadi: Babullah, Mandar Syah e Saifuddin.
Ydris, sornione nella sua uniforme blu denim della capitaneria di porto, mi presenta Kino, proprietario di barche. La sua Lola Jaya e' quello che cerco. Un barcone in legno a due ponti, ampi spazi per sedersi e osservare mare e cielo. I grossi fuoribordo porteranno agevolmente una cinquantina di persone a Moti, un'isoletta stretta tra Tidore e Makian.
Sono come al solito l'unico viso pallido in città e marinai, pescatori e scaricatori s' affollano qui intorno per carpire una parola,cogliere uno sguardo di quest' essere alto ed esotico.
I motoscafi passeggeri partono veloci per i villaggi vicini. Sacchi di faina, riso e verdure passano di spalla in spalla e riempiono le stive dei barconi. Il piroscafo passeggeri suona la sua cupa sirena dal molo di Bastiong.
Me ne rendo conto controllando l'esposizione orientale della terrazza del grande, bianco edificio che giace abbandonato sulla pendici del vulcano Gamalama.
Il vulcano è tutto per Ternate. L'origine del suolo prodigiosamente fertile, coltivato ad alberi carichi di chiodi di garofano. La fonte della materia prima principale per ogni costruzione, la lava. La dannazione, quando esplode incontenibile, per il melting pot di genti che la popolano. L'ultima eruzione e stata nel 2011. La ricordo, una delle prime che seguii sui giornali, da poco approdato a Bali.
L'altra sorpresa che ho dall'esame della bussola e' la latitudine. Sono quasi esattamente sull'equatore, solo una manciata di minuti a nord.
Un vulcano, un'isola, sull'equatore e molto a est.
Le nubi si ritirano dal Gamalama, parola che eccheggia cinquecentesche presenze portoghesi. Poco altro rimane della loro fugace presenza, qualche muro scuro e radi cumuli di pietre, trascurate come spesso succede da queste parti.
La vista corre tra i vulcani vicini di Tidore e di Hiri, fino al Kiebesi dell'isola di Makian, giù a sud e la catena azzurrini che segna la grande isola di Halmahera, a est.
Il sole cuoce i moli dei tanti porti di un'isola che ha sempre vissuto di marineria, lottando per restare al centro del potere commerciale, politico e religioso dei sultanati delle Molucche. Qui, come nella gemella Tidore e nella lontana Ambon, il sultano possiede ora uno scarso peso politico. Rimangono palazzi ben tenuti e nomi di antichi regnanti limitati ad aeroporti e stadi: Babullah, Mandar Syah e Saifuddin.
Ydris, sornione nella sua uniforme blu denim della capitaneria di porto, mi presenta Kino, proprietario di barche. La sua Lola Jaya e' quello che cerco. Un barcone in legno a due ponti, ampi spazi per sedersi e osservare mare e cielo. I grossi fuoribordo porteranno agevolmente una cinquantina di persone a Moti, un'isoletta stretta tra Tidore e Makian.
Sono come al solito l'unico viso pallido in città e marinai, pescatori e scaricatori s' affollano qui intorno per carpire una parola,cogliere uno sguardo di quest' essere alto ed esotico.
I motoscafi passeggeri partono veloci per i villaggi vicini. Sacchi di faina, riso e verdure passano di spalla in spalla e riempiono le stive dei barconi. Il piroscafo passeggeri suona la sua cupa sirena dal molo di Bastiong.
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