Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

lunedì 18 ottobre 2021

I Bali Mula: Bayung Gede e la madre foresta

 


Bayung Gede è un villaggio che racchiude in sé una storia antica e una socialità tra le più originali ed arcaiche tra quelle che abitano l’isola Bali.

Gli storici sono concordi nell’affermare che Bali, in epoca storica e certo prima del IX secolo, fu abitata da società già stratificate ed organizzate, principalmente in alcune aree montane e densamente forestate, nella regione racchiusa dai fiumi Pakrisan e Petanu dove si praticava un’agricoltura irrigata, ed in alcune aree costiere dove il commercio con le isole vicine era particolarmente attivo.

Queste comunità, di tipo Austronesiano, in specie quelle montane che mantenevano scarsi collegamenti con la costa, sono oggi considerate “autoctone” e in possesso di un’organizzazione sociale e religiosa in qualche modo indipendenti da quelle di altri gruppi, pur rientrando nella grande “indianizzazione” dell’Indonesia, probabilmente iniziata gradualmente nei primi secoli dopo Cristo.

Questa indianizzazione si sovrappose, assorbendole, alle credenze specifiche dei Balinesi “autoctoni”, nate dalla ritualizzazione della loro collocazione geografica e legate ai benefici apportati dall’ecosistema originato dal semicerchio di vulcani, e la conseguente abbondanza di pioggia e terreni fertili.

L’organizzazione sociale arrivata con l’induismo si integrò alla religione “animistico-spaziale” locale che vedeva nell’asse montagna/mare (kaja-kelod) e alba/tramonto del sole (kangin-kahu) il fondamento della vita, riflesso nel macrocosmo che gli abitanti avevano creato. Ne emerse una prima forma di induismo, dai tratti arcaici, successivamente riformata, in ultima istanza dall’influenza Majapahit, fino ad assumere le caratteristiche che oggi contraddistinguono gran parte delle comunità religiose isolane.

Solo in alcune aree limitate sopravvivono scampoli di pratiche religiose e organizzazioni sociali che potremmo definire di induismo primitivo, limitate a quelle comunità che anticamente abitavano le zone centrali di Bali.

Una di queste comunità vive a Bayung Gede. Tra i tratti che la distinguono c’è il mito della propria origine, la suddivisione dei compiti nella gestione della collettività e la singolare pratica che a ha che fare con la placenta di un nuovo nato.

Gli abitanti di Bayung Gede credono che i loro antenati abbiano avuto origine dai ceppi degli alberi tagliati, riportati in vita con la tirta kamandalu (che è l'acqua della vita prodotta dal dio Brahma) aspersa da Hanoman, la scimmia bianca, discepolo del dio Betara Bayu (la divinità che governa il vento). Un mito che contiene in nuce l’ecologia umana di un popolo legato alla natura isolana e il messaggio che si deve sempre rispettare l'universo (Bhuana Agung) e la natura come una madre amorevole che partorisce e si prende cura degli esseri umani. Ne deriva una profonda considerazione che la collettività ha per le foreste attorno al villaggio, da cui trae da millenni sostentamento e che è obbligata a preservare.

Stante la loro provenienza dal legno, quando nasce un neonato il suo simbolo, qui detto Catur Sanak, o il “fratellino”, che lo avvolgeva e proteggeva nel grembo materno, deve ritornare al legno. Questa convinzione si manifesta nel rituale di inserire la placenta dentro una noce di cocco e di appenderla ad un albero designato, il pohon bukak (Tabernaemontana macrocarpa ?), che cresce in un’area boschiva protetta, chiamata Setra Ari-ari (il cimitero delle placente).



L’intero processo di sospensione della placenta è piuttosto complicato. Innanzitutto, la placenta deve essere lavata e pulita il più possibile e così la noce di cocco (kau), poi tagliata in due parti. Sul guscio superiore viene tracciato il simbolo Ongkara ().


I famigliari spesso inseriscono nell’involucro vari ingredienti: cenere, anget-anget (coriandolo, mesui, noce moscata e chiodi di garofano) e tengeh (curcuma mescolata a calce). Il guscio viene richiuso, la sutura sigillata con calce e il tutto viene avvolto stretto con legacci fatti di fibre di bambu (salang tabu).

La funzione è fare in modo che il “fratellino” rimanga in un ambiente protetto, fragrante, caldo, e il bambino cresca in modo appropriato.

Il padre del neonato porta la noce di cocco al setra ari-ari che si trova in un bosco a valle del villaggio (in posizione kelod), con un falcetto al fianco (tah).



L’involucro con la placenta viene appeso ad un ramo scelto dell’albero bukak e il padre raccoglie qualche foglia di felce prima di rientrare a casa: una volta appesa fuori della soglia informerà tutti dell’avvenuta nascita e sospensione della placenta. I fiori dell'albero bukak contengono oli essenziali che svolgono un ruolo importante nell'assorbimento dei cattivi odori. Anche le foglie sono utilizzate per avvolgere cose nelle cerimonie Dewa Yadnya e come protezione dei genitali nella preparazione di una salma per la sepoltura.

Questo mito contiene credenze cosmologiche sulla nascita e la morte e sul tema della reincarnazione. L’albero bukak, la foresta, diviene il simbolo della madre niskala di Catur Sanak: ad essa il “fratellino” deve fare ritorno e “reincarnarsi” per completare il ciclo della vita.

mercoledì 28 luglio 2021

Il sulam tumpar tra i Dayak Benuaq del Kalimantan Orientale


Dayak, parola che forse deriva da Dayeuq che in dialetto Benuaq significa “a monte” o “dell’interno”; altri fanno discendere il termine dal dialetto Iban per “umano”. I Benuaq sono il gruppo Dayak più numeroso di questa regione e hanno abbandonato da tempo il nomadismo per vivere nel benua, in senso lato il "territorio". I gruppi che vivono attorno al fiume Ohong si riferiscono a sé come Benuaq Ohookng.


Tanjung Isuy è un insediamento dei Dayak Benuaq sul lago Jempang, cassa di colmata delle piene del grande fiume Mahakam. La longhouse locale, chiamata Lou Taman Jamrud, trasformata in parte in locanda, è gestita dalla figlia del vecchio capo villaggio.



          In un piccolo negozio vende prodotti dell’artigianato Benuaq tra cui questi sulam tumpar. Sono rettangoli di cotone ricamati con colori accesi e motivi che reinterpretano con un’accesa fantasia i disegni e intagli geometrici che abbelliscono tradizionalmente le pareti delle longhouse. 



Oltre a questi si trovano ricami di foglie, polli, uccelli, draghi e orchidee.






venerdì 15 gennaio 2021

la natura della pioggia

    


    Osservare l’acqua che cade, in un giorno di monsone, fa riflettere sulla sua natura e sulla propria.

    La pioggia è mutevole, cambia spesso calibro e sostanza e sembra obbedire ad un impulso casuale.

    Talvolta è compatta, disciplinata nel muoversi all'unisono, solida, granitica, risponde a comandi perentori, ineludibili.

    Altre volte è tenue, lieve come una carezza, un sottile velo di trama finissima nel quale potresti avvolgerti, ti accompagna e ti sostiene ma con leggerezza. .

    A momenti, come per uno sfizio, è svogliata, incostante, capricciosa, capisci che ha qualcosa dentro che la intorpidisce, che la turba. Perde fermezza e in sé trova solo sentimenti volubili.

    Infine, c’è la pazzia e la pioggia perde il lume della ragione; è mossa da personalità contrastanti, si piega, schizza via, ti tradisce con cambi di direzione, ti schiaffeggia adirata, non riesci a prevedere cosa farà. Nella propria sostanza ha individualità che la tirano di qua e di là, senza criterio.

    Questi lunghi giorni di acqua che scende dal cielo mi fanno apprezzare l’ instabile forma che assume la portatrice di vita. Insegna ad incidere nel mondo con diverse modalità, mostrando facce nuove ad ogni nuovo stimolo, ma restando sempre fermi nello scopo ultimo.

    Sembra non finire mai, ma il suo ciclo è un inno all’entropia.

mercoledì 6 gennaio 2021

Il Mahakam: le terre del grande fiume

 

   Un sogno lontano nel tempo, quando fantasticavo di esplorare l’interno del Borneo Indonesiano, il Kalimantan, percorrendo le sue via d’acqua più conosciute, il Kapuas e il Mahakam. Finalmente, dopo la zona del Kapuas Ulu a Occidente, mi decido a partire per la parte orientale, con l’idea di risalire il
Mahakam
fin dove le barche pubbliche arrivano, prima delle grandi rapide.

   Il nastro caffellatte si snoda nella pianura che ha creato nei millenni, si avvolge su se stesso, ricco di anse e giravolte che sembrano tracciate da un artista. Si vedono le cicatrici delle miniere, dei disboscamenti selvaggi e sistematici, che si trasformano in distese verde azzurre di monotone palme disposte in file ordinate a ricoprire migliaia di ettari attorno alle sinuosità dell’acqua. Il Fiume, in maiuscolo perché qui vicino al mare è immenso. Nei pressi di Samarinda si scorgono le file di chiatte che portano il carbone: uno scempio legalizzato.

   Siamo nella grande regione che dal delta arriva fino oltre i laghi, il favoloso Kutai. Il nome deriva da antiche iscrizioni risalenti al IV secolo DC, e narra di uno dei più antichi e potenti regni indù, Kutai Martapura, poi conquistato dai malesi nel XVI secolo e passato sotto i sultani musulmani un secolo dopo col nome Kutai Kartanegara.

    Martin, la mia guida, in realtà si chiama Markin, per gli amici Ikin, viso scuro, aperto e sorridente; mi fa cenni di saluto dalla sua barca, ampia, resa comoda da grandi cuscini e tettoia. Una breve traversata fino a Muara Muntai e mi innamoro del Fiume: la vita su zattere, le gabbie galleggianti col pesce, le cicogne che montano la guardia, la gente che sorride e saluta.

   

  Muara Muntai è un piccolo insediamento di gente Kutai, pescatori e commercianti, con funzione di emporio per una vasta area attorno alle rive del Mahakam e del suo affluente. Bimbi e studenti si muovono in bicicletta, tutti gli altri in motorino, sfrecciando pericolosi sulle strette passerelle di legno ferro che formano le poche strade dell’abitato. Il loro passaggio non è mai silenzioso e talvolta il frastuono è tale da impedire la conversazione.


   L’indomani inizio l’esplorazione della vasta area umida che si trova all’interno di una depressione geologica, estesa per circa 4.000 chilometri quadrati. Rappresenta un’importante “cassa di colmata” delle piene del Fiume che, durante la stagione umida in primavera, può crescere di oltre sei metri.

 Oltre ai tre laghi principali, Danau Jempang, Danau Melintang e Danau Semayang, comprende decine di laghetti secondari, torbiere, paludi d'acqua dolce e la rete degli affluenti. È una delle zone umide più grandi del Kalimantan e fondamentale area di riproduzione e pascolo di centinaia di specie di pesci, uccelli e mammiferi.

   La piccola via d’acqua che porta al lago Jempang si snoda tra campi con bassi cespugli e isolati alti alberi, fino alla piatta prateria che circonda il lago. Ovunque garze, aironi bianchi e cinerini, guarda-buoi, martin pescatori a becco di cicogna.


   Tutto cambia non appena lasciamo lo specchio d’acqua bassa del lago ed entriamo nel piccolo sungai Ohong (Ohookng in dialetto Benuaq). Come separato da un sipario invisibile, si apre un mondo nuovo: una foresta di ditterocarpi, uccelli dalle ali iridescenti sfrecciano sull’acqua, un grosso varano nuota via disturbato, una coppia di grosse aquile appollaiate in alto, sui rami spogli di un albero. Martin blocca di colpo la barca sotto alcuni rami sporgenti e mi indica eccitato un giovane pitone, acciambellato in piena siesta a pochi metri da noi. Poi un piccolo gruppo di scimmie Nasiche (Nasalis larvatus), che un po’ rappresentano la meta “animale” di queste giornate. Il maschio si offre impettito alla macchina fotografica, sguardo vigile, pelliccia folta e fulva, naso importante. Sbuffa, mostra i genitali e se ne va stizzito. Nel pieno di questo orgasmo naturalistico un grosso albero caduto di recente blocca completamente il fiumiciattolo e ci obbliga a tornare indietro per raggiungere il villaggio di Tanjung Isuy attraverso il lago.

   Entriamo così nel territorio Dayak, parola forse derivata da Dayeuq che in dialetto Benuaq significa “a monte” o “dell’interno”; altri fanno discendere il termine dal dialetto Iban per “umano”. I Benuaq sono il gruppo Dayak più numeroso di questa regione e hanno abbandonato da tempo il nomadismo per vivere nel benua, in senso lato il "territorio". I gruppi che vivono attorno al fiume Ohong si riferiscono a sé come Benuaq Ohookng.

    La longhouse locale, chiamata qui lou o rumah lamin, trasformata in parte in locanda, è una buona base per esplorare i dintorni alla ricerca delle longhouse ancora esistenti ed abitate. Delle quattro che raggiungo in moto, guidata da Sur, un taciturno Benuaq, solo una, a Lempunah, è abitata, le altre sono o vuote o mezze diroccate. Quasi tutte, però, hanno le statue lignee che orgogliosamente le comunità dayak hanno scolpito per onorare i loro capi, colti in vari momenti topici della loro vita. Ci sono cacciatori con lancia e cane al seguito, oratori con tanto di microfono, donne che reggono un gallo, volti con lineamenti fantastici e grandi occhi sbarrati, scimmie e serpenti sul capo e poi bimbi che succhiano mammelle cadenti, coccodrilli, diademi, cinghiali zannuti. Una cacofonia di forme tratte dal legno e consegnate al ricordo delle generazioni a venire, la storia scritta a tutto tondo.



   Il viaggio in barca riprende, di nuovo sul lago e poi su per il Boroh, tributario del Fiume. Anche qui la foresta è magnifica e lussureggiante, enormi tronchi sommersi, radici aeree che si inabissano con un folto pennacchio scuro. Per lunghi tratti il fiume è come racchiuso in un tunnel verde, popolato di pescatori, aironi, martin pescatori blu elettrico e tante Nasiche.

   A poco a poco la foresta cede spazio alla presenza umana: capanni galleggianti con bilance da pesca, nasse riposte in file ordinate, tronchi segati di fresco, baracche con canoe legate davanti. Infine si sbuca sul corso principale del Mahakam, a Muara Pahu. Martin da gas e in velocità superiamo tratti di foresta e stazioni di carico del carbone, con le gru simili a enormi brontosauri col lungo collo proteso sulla chiatta, a vomitare carbone in un flusso nero quasi liquido.

   Melak, il nostro approdo, è in sostanza il porto fluviale di Sendawar, la capitale del Kutai Occidentale. Una cittadina nata sulle miniere di carbone e cresciuta grazie ai commerci fluviali. Mostra , con le sgradevoli statue di cemento al centro dei larghi incroci stradali, il peggio dell’abbellimento kitsch di una municipalità arricchita, simbolo di un popolo rapito da una cultura aliena, dal profitto ad ogni costo, che sottrae, oltre a terra e foreste, anche identità e dignità.

   Qui nel Kutai Occidentale, si percepiscono i Dayak come marginali, sommersi e contenuti dai musulmani che occupano ogni strato sociale. Anche il cibo è quello onnipresente proprio dell’Indonesia musulmana.

   Decido di non fermarmi e proseguire in moto verso Nord, passando per due rumah lamin dei Dayak Benuaq lungo la strada (Bunung e Eheng). Sono entrambe isolate e tristi, poco abitate e mal tenute, e mi sembrano il simbolo di popolo ormai stanco delle proprie radici. 

    In una due ragazzi, intenti a perdersi nel loro telefonino, rispondono apatici e svogliati alle mie domande e, alla fine, mi fanno entrare. Nell’altra, segnata da alcune belle statue, chiedo il permesso ad un anziano, pak Sius, intento ad assemblare una corta spada tribale, un mandau. Mi siedo con lui e il discorso cade sulla morte recente della moglie. Con gli occhi lucidi mi racconta del funerale, del bufalo sacrificato e della sua solitudine. Non gli rimane che realizzare oggetti per i turisti, mandau, portachiavi con zanne di cinghiale. Le longhouse hanno entrambe belle statue che decorano la facciata: assieme agli edifici ora cadenti, sono la narrazione visibile di un passato lontano, di un presente che porta solo i segni del tempo, scheggiato e diroccato.



   Con una corsa in moto paurosamente veloce, tra ripide colline e piantagioni di palma da olio, arrivo fino a Tering, il porto fluviale da cui salperò ancora più a monte.

   L'indomani è domenica e, nelle terre dei cristiani Dayak, salgo sulla prima barca e mi faccio portare a Laham, dove dicono ci sia una chiesa “antica”. Sperimento così il moderno viaggiare sul Fiume, con questi barchini a panche contrapposte, chiamati speed, spinti da fuoribordo potentissimi, che planano sull’acqua portando dieci passeggeri e bagagli in un lampo, fino su alle grandi rapide. Sono come autobus, si fermano ovunque li chiami e ti sbarcano ovunque ci sia una qualche forma di approdo.

   Mi presento davanti alla chiesa tra gli sguardi attoniti degli abitanti. Un edificio in legno come tanti ma con un bel portone e due colonne lignee a sostenere la veranda, il tutto intagliato con figure di missionari e gesucristi attorniati dai ghirigori e maschere tribali, affinché la nuova religione venga accettata dalla vecchia. La chiesa del Sacro Cuore di Gesù fu fondata da tre missionari olandesi, approdati a Laham nel 1926.

   Il parroco, un pingue giovanotto di Larantuka, all’estremo orientale di Flores, si presenta fumando e con grossa croce al collo. Dopo un caffè, portato dalla perpetua, e varie banalità su vocazioni in calo, giovani che non vanno a messa, notizie dal Vaticano, mi affida all’obesità foruncolosa di un fedele che mi accompagna in moto a fare un giro del villaggio, fino alla rumah lamin.

   Questa possiede ancora belle colonne intagliate e inglobate in una struttura ora adibita a magazzino di nuovi cassonetti per l'immondizia. Almeno qui, piccola comunità persa lungo l’acqua sporca e inquinata del Fiume, si inizia una raccolta di spazzatura casa per casa, con tanto di “Ape” dedicato.

   Ecomunque un passo avanti rispetto alla pratica comune, lungo il Mahakam, di gettare tutto per terra o nel fiume. Tra l’altro, tutti si lavano nelle sue acque, dove anche defecano e attingono per gli usi idrici di case, locande e negozi.


   La rumah lamin successiva, chiamata pomposamente Lamin Adat Dikut Amin Hyuq Puhuq Kayan e recentemente ricostruita, rappresenta la conferma istituzionale della svolta “pubblica” dei Dayak MakUl (Mahakam Ulu, la parte “a monte” del Fiume), che testimonia e certifica il cambio d’uso delle longhouse nel solco della tradizione, si direbbe ora.

   Salgo sulla prima speed che passa e arrivo in due ore a Long Bagun. In questo lungo tratto il fiume cambia, si restringe, si infila tra basse colline che talvolta si trasformano in stretti canyon dalle pareti verticali di pietra grigia. Siamo nella regione a monte, Ulu, in contrapposizione ad Ilir, a valle.

   Long Bagun è una comunità a molte facce, come altre che ho incontrato lungo il Fiume, nella quale convivono Bugis, Melayu, Kutai e naturalmente Dayak, che qui sono Bahau. Decido di fermarmi qualche giorno, giusto il tempo per respirare l’aria di frontiera e visitare alcune delle rumah lamin ancora esistenti.Sulla stradina principale si trova anche la prima longhouse, vecchia e disabitata, trasformata in edificio pubblico e cerimoniale, con i primi veri disegni simbolici tribali che ne adornano la facciata: coccodrilli fantastici e volti demoniaci, immersi negli artistici ghirigori Dayak, risaltano bianchi sul legno scuro.

   Una breve camminata verso sud mi porta a varcare un arco un po’ cadente che porta al quartiere Bahau: casette povere ma ben tenute attorno alla rumah lamin Dayon Urun. Anche questa vecchia e mal tenuta, abitata da poche famiglie che hanno costruito annessi e dependance al corpo principale.

   Il giro in moto attorno a Long Bagun conferma quanto visto finora: i Dayak (oltre ai Kayan e i Bahau, anche i Kenyah del villaggio vicino di Ujoh Bilang) hanno abbandonato la residenza comune nella longhouse e si sono trasferiti in casette monofamiliari. Il grande edificio, così ricco di significati per la comunità, di miti, depositario di regole ancestrali è stato riconvertito in spazio per cerimonie tradizionali e assemblee pubbliche. Talvolta, se arrivano sufficienti fondi governativi, la rumah lamin viene ristrutturata o ricostruita, riportando a nuovo splendore statue e colonne finemente intagliate, intricati ed inquietanti disegni ornamentali e lucidi pavimenti in legno-ferro.

   E mi sembra che proprio qui, nel recupero ossessivo delle colonne portanti, con i loro intagli geometrici, antropomorfi e fortemente evocativi, con i loro spiriti intrisi nel legno, risieda la conservazione del forte legame con gli antenati, con la foresta, con la terra. L’edificio può cambiare, rinnovarsi, non essere abitato da viventi, ma conserva il suo essere luogo sacro, atavico, necessario alla comunità Dayak per richiamare l’insegnamento dei progenitori in occasione di funerali, matrimoni, nascite, riti sciamanici. E perché no, guardare al presente e vivere la rumah lamin come luogo dove far politica, parlare dei problemi della comunità, discutere delle prossime elezioni.

   Tornato verso sud, verso ilir, l’incontro con alcuni biologi che si occupano di preservare i delfini d’acqua dolce mi fa decidere per un’altra giornata passata sul Fiume, con la ferma intenzione di incontrarli. E ritrovo in Martin il complice perfetto per queste ultime ore dedicate al Mahakam ed ai suoi figli più segreti e timidi.

   E una lunga mattinata in barca, prima attraverso gli ampi specchi d’acqua dei laghi Melintang e Semayang: acque basse, alcuni pescatori che gettano il rezzaglio, altri che pescano con grandi reti triangolari, cormorani in equilibrio su pali, ali stese al primo sole, gabbiani immobili su reti da pesca tese sull’acqua, i coni metallici di una moschea che brillano in lontananza.

   Poi, sbucati nel corso principale del Fiume, una lenta crociera avanti e indietro tra le confluenze col sungai Siran e col sungai Pela. Brevi risalite di questi affluenti e soste trepidanti al centro della muara, la confluenza, occhi incollati al binocolo a scrutare ogni increspatura dell’acqua, ogni tronco galleggiante o mazzo intricato di foglie strappate agli argini fangosi.


   Ma gli abitanti subacquei del Fiume restano celati, non si svelano. Si nascondono dietro la promessa, che leggo tra le increspature della corrente e gli ammassi galleggianti di gelsomino d’acqua, di concedermi un incontro quando tornerò qui.

   Si comportano come i molti abitanti di questo incantevole e sterminato arcipelago quando li ho incrociati nel mio camminare: chiedono invariabilmente quando ritornerai, perché qui, in Indonesia, un incontro non ha mai fine.


giovedì 31 dicembre 2020

La casa Dayak Benuaq

   

    In lingua Kutai ci si riferisce alle longhouse di questa parte Orientale del Kalimantan Indonesiano come rumah lamin o lou, come la chiamano i Dayak Benuaq.

    Quando ho visitato la Lou Pepas Eheng, pak Sius, al secolo Denisius, mi ha raccontato, oltre alle sue tristi vicende personali, anche molti aspetti dei simboli legati all’edificio e alcune notizie sulla comunità Benuaq che ci abita.

      La Lou Eheng è una palafitta lunga 74 metri e larga, in totale, oltre 30 m, con un'altezza di 3-4 metri. Poggia su una fitta rete di decine pali di ulin, legno ferro, di diametro diverso (i 13 principali, ricavati da tronchi interi, fino a 1 m), piantati fino a 1,5 m nel terreno, che mantengono il pavimento ad un’altezza anche di 2 metri da terra. Sotto il primo palo, piantato all’inizio della costruzione, anticamente si sotterrava la testa di un dayak ucciso in un raid apposito.

    Le pareti sono fatte di assi o corteccia, mentre il tetto è rivestito di tegole di legno. Il pavimento è formato da tavole di legno (nelle costruzioni più semplici, listelli di bambù).

    Attualmente vivono qui 12 capifamiglia di comune ascendenza, per un totale di quasi 40 persone. Solo pochi anni fa, racconta, erano 100 abitanti divisi in 32 famiglie.

    Se si devono aggiungere altre famiglie, la casa può aumentare in lunghezza. La lou è costituita da spazi abitativi, le stanze o orook, divisi da muri che separano una famiglia dall'altra e sono, in qualche modo, modulari. In ogni orook possono, anche temporaneamente, vivere più membri consanguinei della stessa famiglia, nonni, zii e cugini.

    Lo spazio davanti alle stanze è una area vuota longitudinale, lunga quanto la casa, utilizzata come luogo di ritrovo/lavoro, spazio per riunioni pubbliche (inuq) e per cerimonie tradizionali, dormitorio per i visitatori (stesi su stuoie intrecciate, o apai jaliq). Verso l’esterno comunica con un porticato per mezzo di una serie di porte dotate di scala (can) per scendere a terra, che si ripetono uguali dal lato interno e danno accesso alle orook. Sulla parte posteriore delle stanze si trovano le zone adibite a dispensa (lepubung) e cucina (jayung).


    Questa tipologia di abitazione tradizionale contiene in sé una varietà di significati, non solo come riparo, ma anche come rappresentazione del modo di pensare e di vivere dei Dayak Benuaq.

    Erigere una lou significa non solo dare forma ai valori “fisici” della protezione e della sicurezza domestica, ma anche fornire spazio adeguato alle attività culturali che esprimono i valori di unità, solidarietà, tolleranza, responsabilità verso sé stessi, la famiglia, la società, l'universo e la divinità. Infatti, forma e ripartizione degli spazi si rifanno alla cosmologia dei Benuaq e all'armonia della vita umana con l'universo. Una casa è l'incarnazione del processo della vita umana dalla nascita alla morte, una rappresentazione dei valori della famiglia, della solidarietà e cooperazione (in indonesiano gotong royong). Leggendo la struttura e l’organizzazione spaziale delle forme edilizie della lou è possibile analizzare la simbologia del mondo spirituale, di norme, credenze e filosofie della società Dayak Benuaq.

    Attualmente il villaggio di Eheng è composto da una longhouse, più altre case unifamiliari costruite intorno ad essa. I Benuaq sono animisti e credono in molti tipi di spiriti (wook) che si pensa vaghino per l'ambiente. Questi spiriti sono variamente associati con l'acqua, la foresta, gli alberi, il cielo, gli uccelli, la terra e il villaggio stesso. La maggior parte degli spiriti è benevola, se viene ricompensata dai beliant (sciamani) con offerte adeguate in occasione di rituali periodici chiamati guguq tautng o rituale del ”passaggio (durante) l'anno. Durante il guguq tautng, che può durare diverse settimane, gli spiriti che “risiedono” nella longhouse vengono invocati e appagati dagli sciamani, sia come ringraziamento per un anno favorevole o per cercare aiuto nel liberarsi dalle difficoltà causate, ad esempio, da un'epidemia, una pesante riduzione del raccolto o un attacco di parassiti alle coltivazioni. Questi spiriti, tuttavia, possono anche punire le persone che ignorano i costumi secolari del villaggio, o adat, facendole ammalare.

    In senso verticale, una lou consiste di tre piani: kolong (sotto), badan (corpo) e atap (tetto).

    La parte inferiore, kolong, con la sua rete di pali è utilizzata anche come deposito della legna da ardere, parcheggio veicoli, pascolo degli animali domestici (cani, maiali e galline), parco giochi dei bimbi. E’ lo spazio di passaggio tra ambiente circostante e abitazione.

    Il badan, la parte centrale, è l’insieme di spazi famigliari e sala comune (usoq), con tutti gli annessi ed attrezzature domestiche e associate al lavoro: femminile se si tratta di intrecciare il rattan per fare stuoie, borse o cesti; maschile se si parla di preparare il rattan o intagliare foderi per i mandau. La sala comune rappresenta lo spazio in cui le relazioni della comunità si fondono.

    L’atap, la parte superiore, è il luogo più sacro, assimilato alla divinità. È sostenuto da una rete di correnti di legno sungkai, leggero e resistente, a cui sono appesi vari oggetti, legati al culto e al sacro: una sorta di zattera intrecciata, luogo di meditazione; vari ciuffi di erbe secche, usate nei riti che coinvolgono gli spiriti, crani e corna di bufalo, residuo di sacrifici cerimoniali.


    In sezione orizzontale, la lou si distribuisce lungo un gradiente esterno/interno, che separa e protegge le zone più “intime” della singola famiglia dall’ambiente circostante attraverso spazi via via meno protetti: la scala di accesso (can), il portico (usoq), la sala comune, le camere da letto (bilik), la dispensa (lepubung) e la cucina (jayung).

    Davanti alle scale di entrata si trovano alcune statue di legno, che si chiamano belontakng. Pak Sius, quasi scusandosi, mi assicura che non sono oggetto di culto tra i Benauq. Poi, malizioso, aggiunge che sono state erette per ingannare gli spiriti maligni affinché non disturbino gli abitanti della casa. Ad esse si legano anche gli animali da sacrificare, bufali e maiali, in occasione di una cerimonia.


    Fumando l’ennesima sigaretta, Pak Sius si lamenta del ruolo del governo del Kutai Occidentale che presta poca attenzione a questa rumah lamin. E’ decisamente un cliché, visto che l’ho sentito spesso in Indonesia, lo stereotipo tipico del governo locale che non si prende cura di un luogo che, onestamente, ha grandi potenzialità per il turismo culturale.

    Mi alzo e mi congedo e non posso fare a meno di immaginare le schermaglie di potere dietro alla scelta di finanziare lo sviluppo turistico puntando su una o l’altra longhouse. Magari solo perché lì è nato uno dei signorotti del partito ora al potere.

    Un modo come altri per tenere la ricca cultura Dayak ai margini.