Kaart van het Eyland Bali (Valentijn, 1726)

mercoledì 15 dicembre 2010

Putu


Domenica mattina. Un risveglio indolente e, stranamente, non mattiniero come al solito. Apro la porta finestra, mi affaccio in veranda e trovo seduta ad una delle poltroncine impagliate, attorno al tavolino rotondo, una donna. Ben vestita, pantaloni lunghi, maglia e giubbino beige, occhiali da sole a tenere in ordine i lunghi capelli neri, un unico ciuffo sfuggito copre la fronte. Viso aperto, sorriso timido, un velo di imbarazzo negli occhi. Non si alza, in segno di rispetto, mi saluta e dice che è stata mandata per portarci a Tulamben.
Ecco Bali, che mi si apre davanti agli occhi ancora cisposi di sonno, in tutto il contrasto delle sue facce. Una totale disorganizzazione, fin pervicace nel rivendicare il primato dell’anarchia, che si presenta con il viso puro, limpido, sorridente di una giovane donna, disarmante nel modo in cui si concede al tuo servizio.

Mi trovo di fronte ad un equivoco, o meglio un netto errore di data. La donna autista è stata tirata giù dal letto alle 4 di domenica mattina, messa su un’agile citycar della Honda, inviata a tre ore di distanza, nell’alba brumosa di Bali orientale, semplicemente un giorno prima del concordato, con tanto di telefonata e mail di conferma.

Ha inizio così una domenica balinese. Cambio di programma, cancellata la cena con amici, a base di vino francese e salsicce e chorizo portoghesi, appena arrivati da Timor Leste; partenza trafelata per la lunga trasferta verso le spiagge nere a oriente, dove sopravvivono alcuni tra i più suggestivi coralli dei mari che lambiscono l’isola.
Putu, la nostra autista, guida con perizia ed è aperta al dialogo: presto chiacchieriamo al ritmo dei cambi di marcia, delle buche evitate, delle moto che ci sfiorano a folle velocità, tra il traffico di un giorno di festa, che qui non lo è per tutti. Putu è sposata con un uomo di Amlapura, nel Karangasem. Per amore lei, donna di villaggio di Singaraja, si è spostata di decine di chilometri, lasciando le dolci colline che degradano verdi verso il mare del caldo nord di Bali, verso i rilievi aspri e brulli delle pendici laviche della Grande Montagna. Ha tre figli. Il più grande lavora in un hotel in Qatar. Le altre due vanno ancora a scuola. Dopo anni passati a lavorare negli alberghi e negli affari di famiglia ora, da quando ha acquistato a rate una Honda di seconda mano, si è messa nello scomodo business del trasporto di turisti. A est i turisti non vanno, è una regione povera, aspra, dominano le pietraie, le spiagge sono scomode, ciottolose, appena dei bordi stretti tra mare e pendici subito ripide della Montagna. Questa terra di confine è diventata molto tardi l’unica risorsa per un popolo smarrito tra un’agricoltura povera e la ricchezza ostentata del sud, pasciuto dei soldi pregiati dei milioni di stranieri che lì approdano.
Putu mi confessa che anche qui, con la nuova fame di benessere, i contadini si stanno vendendo le terre. I cambiamenti sono rapidi e radicali. Case nuove, macchine nuove, motorini, galli da combattimento, gioco d’azzardo, alcolismo. Ma solo per i pochissimi che hanno la fortuna ancestrale di possedere le poche zone appetite dal turista danaroso e incantato dalla rude bellezza di questi luoghi.
Poi mi parla della recente visita del Presidente, che è andato al più grande e sacro tempio di Bali, senza vestirsi in modo appropriato, recando, a suo dire, un’offesa ai balinesi. E’ l’unica balinese che conosco ad irritarsi apertamente per il modo insensato di guidare dei suoi conterranei. Mi parla delle sue allergie ai crostacei, dell’asma, di quanto costano cose vitali come l’assistenza sanitaria e la scuola. Da colpetti affettuosi al volante, quando mi descrive le performance della sua auto che non s’è mai fermata per un guasto e, siccome è autista abusiva, mi racconta ridendo di come spesso dribbla il tono accusatorio di un poliziotto che la ferma, giurando che la macchina è di suo marito, suo fratello, suo cugino o che sta facendo un favore ad un amico. Del marito parla poco, ma vedo che annuisce con tristezza quando il discorso si sposta sugli uomini che sperperano il denaro in carte, galli e donne.

Le pendici di Tulamben, un tempo secche e brulle, ora sono ricoperte d’un verde tenero e setoso, frutto d’una estate particolarmente piovosa e di un monsone già insistente. Sott’acqua i coralli, infatti, li intuiamo più che vederli, per il buio denso portato dalla pioggia battente e dalla torbidità che l’accompagna. È però un fondale di festoni maestosi, di gorgonie enormi che si agitano alla corrente come fantastici ventagli.  Wayan, la nostra guida subacquea, è un tipo spiccio senza sorriso. È annoiato e non si sbatte gran che per noi. Il pranzo, sulla via di casa,  è a base di gustosissimi spiedini di carne e pesce, posati su un cartoccio di riso bianco e spalmati di una salsa densa e speziata. Putu ci offre due mandarini succosi.

Al rientro la sonnolenza è disturbata dalle buche e interruzioni nella grande arteria, un cantiere che dura da dieci anni. Il traffico della domenica sera ci da la sveglia. Alla prossima, Putu.

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